giovedì 9 maggio 2013

OLI 376 - ESTERI: voci dalla stampa internazionale

1) The Guardian, 07 maggio 2013: Ciniche alleanze dell’occidente in Siria.
Nell’articolo " L'Occidente ed i suoi alleati fanno cinicamente sanguinare la Siria per indebolire Iran”, Seumas Milne, scrive, tra l’altro, quanto segue: “Ciò ha coinciso con il parlare della creazione di una zona cuscinetto israeliana all'interno della Siria, mentre i funzionari israeliani stanno sostenendo che il regime siriano ha usato armi chimiche. Dal momento che Obama ha dichiarato che l'uso di armi chimiche sarebbe stato una "linea rossa", le accuse di usarle sono diventati un'arma fondamentale per tutti coloro che richiedono maggiore intervento occidentale, un'eco bizzarro della screditata orchestrazione dell'invasione dell'Iraq un decennio fa."
"Questo sforzo è venuta a galla questa settimana, quando l’investigatrice delle Nazioni Unite Carla Del Ponte ha riferito che ci sono "forti sospetti concreti" che i ribelli siriani stessi abbiano usato il gas nervino sarin.”. http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/may/07/west-cynically-bleed-syria-weaken-iran

2) Slab News, 01 maggio 2013: Gli arabi discutono se lo striptease è una forma di lotta?
Nell’articolo "Spogliarsi per la causa è stravaganza o è una forma di lotta?”, Farah Abi Murshid, scrive, tra l’altro, quanto segue: “Asaad Abu Khalil, noto per il suo sostegno alle cause delle donne, in risposta ad una domanda di "Slab News" sottolinea che egli: " sta con il diritto delle persone di indossare o di non indossare ciò che vogliono, ma importare dall’occidente (da parte di una maggioranza o di una minoranza, come è in questo caso) le forme di protesta non mi piace fosse anche nel portare le fiaccole o protestare con certo tipo di danza. Le forme di protesta dovrebbero nascere dalla cultura e dall’umore locali delle persone. Il diritto a spogliarsi non ha nulla a che fare con la condizione della donna. Abukhalil si chiede: “Perché dovrebbe interessare tanto coprire o scoprire la donna? Il fenomeno è minoritario in occidente, ed è una stravaganza, perché lo importiamo? Quale è l'obiettivo? Sinceramente non so. Ma se una donna volesse spogliarsi questo non mi turba, come non mi turba il velo della donna quando la decisione in entrambi i casi fosse autonoma. Lo spogliarsi della donna in sé non porta alcun vantaggio o svantaggio alle lotte nel mondo arabo. Se tutte le donne palestinesi si spogliassero ad esempio che effetto avrebbe questo sull’occupazione israeliana?".
http://slabnews.com/article/19362
(Saleh Zaghloul - immagine di Guido Rosato)

OLI 376: LIBERTA' DI STAMPA - Ammar Al-Khattabi in carcere per aver condannato la corruzione libica

Segnalo questo caso di repressione della libertà di stampa nella mia nuova Libia.
Il giornalista Ammar Al-Khattabi è stato condannato a 18 anni di reclusione per aver scritto un articolo di denuncia della corruzione. I nomi della lista di corrotti erano giudici. La legge per la quale ha subito questa condanna è quella del vecchio regime dittatoriale di Gheddafi. Amnesty International ha lanciato questo appello. Divulgatelo, per favore! http://www.amnesty.it/giornalista-libico-detenuto-al-Khattabi
Il video in arabo che presenta con le immagini le condizioni di salute del giornalista Al-Khattabi che da Dicembre ad Aprile è stato in carcere e gli è stata negata la scarcerazione su cauzione: http://www.youtube.com/watch?v=lLo-wE8CkQk .
Questo è l'appello dell'ANHRI (Arab Network for Human Rights Information) Il testo è in arabo. http://www.anhri.net/?p=75993 .
(Farid Adly - giornalista libico Radio Popolare Network e Il Corriere della Sera)

OLI 376: LIBRI - Di mamma ce n'è più d'una

Vera vive a Milano, è diventata madre di un bimbo nel dicembre del 2012. E’ stata licenziata dall’azienda che l’aveva assunta dopo un mese che era rientrata al lavoro. Il figlio aveva allora tre mesi. Vera si è rivolta ad un legale, insieme hanno patteggiato una buona uscita. Ha trovato un altro lavoro, nel Giugno 2012, presso una società per la quale è sempre in viaggio. Il compagno di Vera, disoccupato, sta crescendo il bambino. In un anno e sei mesi Vera è stata con suo figlio complessivamente sette mesi. Esagerando. Domenica è, sulla carta, la festa di tutte le mamme e il libro di Loredana Lipperini “Di mamma ce n’è più d’una” - presentato a Genova da Feltrinelli nel marzo scorso - può essere un valido aiuto per una riflessione su questo tema.
Accanto alla giornalista autrice, Roberta Trucco ed Eva Provedel hanno parlato dei pianeti che influenzano la maternità: dalla possibilità di sceglierla, alla conciliazione con il lavoro, ai modelli pubblicitari, per arrivare al ruolo del padre.
L’Italia è un paese dove è difficile scegliere se essere madri o non esserlo. Sia perché la legge 194 è stata svuotata di contenuti: la percentuale di obbiettori impedisce spesso che venga applicata; sia perché il lavoro spesso ostacola una scelta che sia veramente libera - vedi l’agghiacciante ricorso alle dimissioni in bianco, arginata per legge solo nel 2012 o il ricorso ai contratti atipici – con dei modelli escludenti rispetto alla piena realizzazione in campo professionale e come madre.
Non è permesso avere un figlio se padre o madre sono infertili, “perché la legge 40 di fatto ha creato l’infelicità di tantissime coppie”, con una tristissima e costosa emigrazione della fertilità ed una scarsa solidarietà nei confronti delle e degli infertili. Inoltre la conciliazione lavoro maternità si scontra con la mancanza di asili e il taglio del tempo pieno scolastico.
Questa schizofrenia è di casa in Italia, nel paese del materno, dove l’icona della madre e del sacro coincidono. Inoltre c’è una competizione continua che certe madri attivano con altre “per cui hai i dolci più belli, i figli più belli, più bravi a scuola, la famiglia meglio riuscita… E non è così”.
Loredena Lipperini dice che il 95% degli uomini italiani non ha mai caricato una lavatrice, ma la maternità è potere e poiché non esistono poteri buoni, parafrasando de André, un po’ andrebbe ceduto al padre. Le statistiche confermano che il 75% del lavoro di casa viene fatto da donne.
Poi c’è la pubblicità con le sue rappresentazioni: la madre incinta sarà bionda, la madre con i figli bruna, il padre ha la camicia azzurra. Non ci sono padri quarantenni o grassi. La cucina è sempre la stessa, con una luce nordica. I padri sono spesso inetti o eterni farfalloni e quando ci sono “vanno a prendere i figli a scuola ma invidiano l’unico maschio che è presente in loco perché è il fidanzato della maestra”.
Durante la presentazione un padre ha sollevato il tema dell’affido condiviso e dei padri separati. Si è parlato del conflitto sul web contro le associazioni che si occupano di femminile e della necessità di risolvere la contrapposizione nella coppia.
(Giovanna Profumo - Foto dell'autrice)

OLI 376: TEATROGIORNALE - Un postino sull'orlo di una crisi di nervi

X IL POSTINO:
NON CIO UN EURO
RIPRENDILA, SE TI CHIEDONO
QUALCOSA, NON MI HAI VISTO!
Da blizquotidiano.it: Caro bollette: i prelievi “parafiscali” valgono tre Imu

Giovedì mattina, Via San Luca, Genova. Arrivo con il mio motorino bianco, la mia giacca gialla, il mio casco, la mia borsa. Sento il peso degli sguardi oltre le vetrine, le preghiere che mormorano a labbra strette. Sento il silenzio che si crea quando mi fermo. Le occhiate furtive dietro il bancone o un paio d'occhi persi nel vuoto. Quando ero al liceo anch'io facevo così durante le interrogazioni: per paura di sentire il mio nome facevo finta di non esistere, smettevo di respirare.
Cosa sono diventato? Un avvoltoio, no, io non mi cibo dei cadaveri. Alcuni non lo sanno cosa vuol dire il mio arrivo, credono che io sia il piccione viaggiatore e mi accolgono sorridendo:
- Ehi Gianni, come va oggi? Tutto bene?
E io non voglio deluderli e quindi sorrido e con non-chalance gli porgo la raccomandata da firmare. E' la prima, poi ci sarà una seconda, una terza, infine arriverò con mazzette da cinque, sette raccomandate per volta. E smetteranno di sorridermi e io entrerò scusandomi perché ormai mi avranno riconosciuto per quello che realmente sono: un messaggero di sventura.
Dovrei arrivare su una Harley nera, coi teschi sul giubbino, dovrei avere una falce disegnata sull'elmo, non una PT.
- Ancora qui?
Mi chiede sarcastica una ragazza bionda, sarà lei la prossima a tirare giù la saracinesca.
Quando saranno abbassate tutte le serrande da chi andrò?
Voglio tornare ad essere una colomba: voglio portare lettere profumate, auguri in carte decorate.
Le donne sono sempre le più toste, fino all'ultimo cercano una soluzione:
- Se rateizzo la bolletta del gas magari ce la faccio, se licenzio tutti i miei collaboratori magari ce la faccio, se Equitalia non si fa sentire il prossimo mese magari ce la faccio, se mi pagano i crediti due o tre clienti magari ce la faccio, se tolgono l'IMU magari ce la faccio…
Come se l'Imu fosse il problema, come se la rateizzazione fosse la soluzione e come se Equitalia potesse sparire chiudendo gli occhi.
Le donne stringono i denti credendo di poter affrontare quel mostro senza nome che le porta via tutto, gli uomini si rassegnano prima e vanno al bar a giocare alle macchinette.
Io vi ho visto nascere, crescere e morire. Conosco tutto di voi, chi siete, chi amate, i vostri bambini, i vostri peccati ma una volta chiusi non vi potrò più ritrovare. Molti stanno partendo, ritornano in Senegal, Brasile, Marocco, Egitto. Dove andrete non ci sarà più il Gianni, con la sua motoretta bianca, il suo casco, la giacchetta e ne sarete felici. Un incubo lui nonostante.
Forse non dovrei fermarmi, forse dovrei andare avanti. Forse non dovrei rendermi complice anch'io di questo suicidio di stato. Scusate, l'angelo della morte dà le dimissioni, trovatevi un altro gufo.
Il postino Gianni non si fermò davanti alla libreria, non si fermò davanti al rivenditore di sigarette elettroniche, non si fermò davanti al rivenditore di caffè di via del Campo, andò dritto fino a porta dei Vacca e lì non vide il semaforo rosso.
(Arianna Musso - foto da internet)

venerdì 3 maggio 2013

OLI 375: SOMMARIO

OLI 375: PAROLE DEGLI OCCHI - Piccoli Barilla

(Foto di Giovanna Profumo)
Bambini in attesa del laboratorio di cucina offerto loro dalla Barilla
Al Porto Antico nei giorni scorsi due stand - Amici del Mulino e la Giornata nel mondo Buono - offrivano a grandi e piccini la possibilità di accostarsi all'importanza di "nutrirsi correttamente sperimentando tutte le dimensioni del mondo buono di Mulino Bianco", come indicato sul promo dell'iniziativa. 
Poco distante, sempre all'Expo, si teneva Equa, la Fiera del commercio Equosolidale

OLI 375: LAVORO - Benetton nella fabbrica crollata in Bangladesh

Ennesima catastrofe in Bangladesh per il crollo della fabbrica Rana Plaza a 30 km da Dhaka, avvenuto il 24 aprile scorso, che ha causato la morte di oltre 380 operai, 2000 feriti e molti dispersi che lavoravano per i grandi marchi della moda internazionale. L'edificio Rana Plaza ospitava 5 fabbriche di abbigliamento dove migliaia di operai ogni giorno lavoravano stipati in condizioni disumane. Loro stessi avevano denunciato le preoccupanti crepe all'interno dell'edificio, ma gli era stato intimato dai datori di lavoro di restare nella fabbrica.
La Campagna Abiti Puliti (Clean Clothes Campaign), associazione internazionale nata per assicurare il rispetto dei diritti dei lavoratori e lavoratrici del tessile, sta intervenendo denunciando i grandi marchi implicati tra cui Primark, Mango e l'italiana Benetton, quest'ultima in un primo momento aveva dichiarato di non aver legami diretti con le fabbriche del Rana Plaza.
L'agenzia AFP ha fotografato tra le macerie alcune t-shirt con etichetta “United Colors of Benetton”.
Inoltre Abiti Puliti è in possesso di una copia di un ordine d'acquisto da parte di Benetton per capi prodotti dalla New Wave, una della 5 fabbriche dell'edificio.
La Campagna Abiti Puliti sta facendo pressione sull'azienda veneta chiedendo di assumersi le proprie responsabilità su queste tragiche morti sostenendo i familiari delle vittime. “Aziende importanti come la Benetton hanno la responsabilità di accertare a quali condizioni vengono prodotti i loro capi” ha dichiarato Deborah Lucchetti - coordinatrice e referente italiana della Campagna Abiti Puliti - “e di intervenire adeguatamente e preventivamente per garantire salute e sicurezza nelle fabbriche da cui si riforniscono”.
Il crollo del Rana Plaza è una delle tante tragedie avvenute nel sud est asiatico: ricordiamo l'incendio della fabbrica pakistana Ali Enterprises dove lo scorso settembre sono arsi vivi 300 lavoratori per la mancanza di uscite di sicurezza e l'incendio di novembre della Tazreen Fashions in Bangladesh dove hanno perso la vita più di 100 operai che cucivano per C&A, Carrefour, Kik e Walmart, lavorando 12 ore al giorno per 30 dollari al mese.
Il tessile è un settore redditizio e le aziende occidentali di abbigliamento sono più interessate a massimizzare i profitti che alla sicurezza e ai diritti dei lavoratori. Il sud-est asiatico è il più grande esportatore di prodotti tessili al mondo, come possiamo notare dalle etichette che ogni giorno indossiamo.
Anche i consumatori spesso sono responsabili e complici inconsapevoli di questo processo in cui, attraverso l'acquisto di abbigliamento, contribuiscono a mantenere in schiavitù i lavoratori che cuciono e confezionano i nostri abiti per pochi dollari al mese.
Come consumatori consapevoli possiamo sostenere la campagna firmando la petizione online che chiede che i lavoratori in Bangladesh siano tutelati da norme di sicurezza più severe.
(Maria Di Pietro - foto da internet) 

OLI 375: CITTA’ - Il Grifo d'argento a Settis, voce nel deserto

Lunedì 29 aprile Genova ha premiato con il Grifo d’argento Salvatore Settis, archeologo, storico, ex direttore della Normale di Pisa, professore con incarichi prestigiosissimi e lauree ad honorem, ma balzato alla notorietà perché costretto a dimettersi dalla direzione della Commissione per i Beni Culturali, dopo aver aspramente criticato la gestione del Ministero dei Beni Culturali durante il governo Berlusconi.
Nella sala degli affreschi cinquecenteschi di Luca Cambiaso di Villa Imperiale, restaurata grazie al Fai, il professore è apparso particolarmente combattivo, forse grato per essere stato candidato da un comitato ad hoc (e dal blog di Caterpillar di Rai2) alla Presidenza della Repubblica.
Nel suo libro più famoso, “Paesaggio Costituzione e cemento” del 2010, Settis si è confrontato con il baratro che separa i principi di difesa e tutela del territorio sanciti dalla Costituzione, dalla realtà di degrado dello spazio che abitiamo.
“Il degrado di cui stiamo parlando non riguarda solo la forma del paesaggio e dell'ambiente, e nemmeno solo gli inquinamenti, i veleni, le sofferenze che ne nascono e ci affliggono, è una forma di declino complessivo delle regole del vivere comune, reso possibile da indifferenza, leggi contraddittorie, aggirate con disinvoltura, malcostume diffuso e monetizzazione di ogni valore.
Un'indagine che risale alle radici etiche e giuridiche del saccheggio del Bel Paese, per reagire, preservare e fare “mente locale”, contro speculazioni, colpevole apatia e conflitti tra poteri. Oggi più che mai pare necessario parlare di paesaggio. Quanto mai attuale, pensando all’Ilva di Taranto, dove il diritto al lavoro si è contrapposto al diritto alla salute, ad un ambiente salubre. E la mente è corsa all’altro candidato alla Presidenza, Stefano Rodotà, alla sua lotta in difesa della Costituzione, dei diritti.
Ma indignarsi non basta. E nell’ultimo libro “Azione popolare Cittadini per il bene comune” Settis si batte contro l'indifferenza che uccide la democrazia, contro la tirannia antipolitica dei mercati per rilanciare l'etica della cittadinanza.
“Puntare su mete necessarie come la giustizia sociale, la tutela dell'ambiente, la priorità del bene comune sul profitto del singolo. Far leva sui beni comuni come garanzia delle libertà pubbliche e dei diritti civili. Recuperare spirito comunitario, sapere che non vi sono diritti senza doveri, pensare anche in nome delle generazioni future. Ambiente, patrimonio culturale, salute, ricerca, educazione incarnano valori di cui la Costituzione è il manifesto per la libertà, l’eguaglianza, il diritto al lavoro di tutti. La comunità dei cittadini è fonte delle leggi e titolare dei diritti, deve riguadagnare sovranità, cercando nei movimenti civici il meccanismo-base della democrazia, il serbatoio delle idee per una nuova agenda della politica. Occorre dare nuova legittimazione alla democrazia rappresentativa, facendo esplodere le contraddizioni fra i diritti costituzionali e le pratiche di governo, che li calpestano in obbedienza ai mercati".
Dunque per ricreare la cultura che muove le norme, ripristina la legalità, progetta il futuro, serve oggi una nuova consapevolezza, una nuova responsabilità con un actio popularis, che risale al diritto romano, un’azione di un cittadino qualsiasi nell’interesse pubblico.
In un'intervista a Repubblica del 28 aprile Settis arriva addirittura a rivalutare le lotte dei comitati, definendoli sentinelle e anticorpi in difesa del bene comune.
Perbacco!Quanti condividono?
 Il sindaco Doria sembrava convinto nel consegnare il premio e come buona pratica ha avviato un "percorso di partecipazione" per far conoscere a tutti i cittadini, Municipio per Municipio, il nuovo Piano Urbanistico Comunale messo a punto da Marta Vincenzi. Un Puc da rivisitare, prima dell'approvazione definitiva, per la crisi economica, per sopravvenuti eventi luttuosi come l'alluvione, ma in particolare per le Osservazioni della Regione, che ad esempio in ottemperanza alle liberalizzazioni della Normativa europea, elimina i vincoli alla presenza di esercizi commerciali, restringe ulteriormente le maglie sull'edificabilità in aree agricole...
Un percorso più che condivisibile, pur nel pieno rispetto del ruolo degli uffici e degli investimenti.
Peccato che appaia una partecipazione più sulla carta che effettiva, visti i tempi, entro giugno si dovrà concludere presso i Municipi: più che altro appare un'informativa, di cui forse non se ne sentiva la necessità. Si apprezza comunque la "sperimentazione della Partecipazione".
(Bianca Vergati - immagine di Guido Rosato)

OLI 375: ESTERI - Voci dalla stampa internazionale

Nella giornata della libertà di stampa - 3 maggio 2013 - diamo voce ad alcune notizie che non hanno trovato sufficiente spazio nei media italiani.
 1) The New York Times, 29 aprile 2013: In Nigeria, i militari bruciano vivi i civili. 
Nell’articolo “Massacro in Nigeria suscita clamore sulle tattiche militari”, Adam Nossiter, scrive, tra l’altro, quanto segue: "La loro comunità ha pagato un prezzo molto alto: ben 200 civili, forse di più, sono stati uccisi durante la furia dei militari, secondo la testimonianza dei rifugiati, anziani operatori umanitari, i funzionari civili e le organizzazioni per i diritti umani." "Molti morti, tanti morti", ha detto Mohammed Muhammed, 40 anni, un tassista di Baga. "Persone che correvano tra le fiamme, l’ho visto. Se loro non correvano tra le fiamme, l'esercito gli sparava. "Quando le fiamme hanno avvolto le loro case, ("hanno usato petrolio", ha detto a proposito dei soldati), sono fuggiti nella boscaglia circostante. "Se vieni fuori" dalle case in fiamme "ti sparavano" ha detto. "Per favore, signore, denunciali alla corte internazionale!" ha gridato." Centinaia di abitanti sono fuggiti nella boscaglia, dove hanno vissuto per giorni in condizioni difficili, e stanno solo ora tornando di nuovo in città. "Le persone di mezza età, la gente che non poteva correre, la maggior parte di queste persone sono state bruciate", ha detto Antonio Emmanuel, un commerciante di pesce." I bambini piccoli, i loro genitori li hanno lasciati, sono stati bruciati". http://www.nytimes.com/2013/04/30/world/africa/outcry-over-military-tactics-after-massacre-in-nigeria.html?_r=1&
2) Reuters, 29 aprile 2013: I soldati israeliani continuano sgomberi e demolizioni di case dei palestinesi nei territori occupati.
Scrive Noah Browing: "I soldati israeliani hanno sgomberato diverse centinaia di beduini da un villaggio della Cisgiordania occupata, lunedì, dopo che l'esercito ha dichiarato l'area zona di esercitazione militare con munizioni vere. Gli abitanti di Wadi al-Maleh, un villaggio per lo più abitato da pastori nella zona arida confinante con la Giordania, hanno quasi tutti lasciato le loro case dopo un coprifuoco serale e si sono diretti verso i villaggi vicini, ha detto a Reuters, Aref Daraghmeh, un leader locale. Lo spostamento è coinciso con diverse demolizioni di proprietà di arabi in Cisgiordania e Gerusalemme Est, che avvengono quando gli Stati Uniti stano cercando di rilanciare la pace in stallo. Nel mese di gennaio, gli abitanti hanno ricevuto un ordine di sgombero simile e se ne sono andati senza resistenza, per poi tornare dopo 48 ore. La maggior parte dei loro 90 edifici, tra cui stalle per gli animali, sono state demolite nel 2010, hanno detto locali gruppi per i diritti". http://www.reuters.com/article/2013/04/29/us-israel-palestinians-eviction-idUSBRE93S0PQ20130429
3) www.alternet.org , 28 aprile 2013: Perché tante religioni - in particolare il cattolicesimo – esaltano il dolore?” 
Con un articolo intitolato “Il masochismo di Madre Teresa: è forse per tenere le persone passive che la religione esalta la sofferenza?”, Valerie Tarico, psicologa e scrittrice di Seattles, Washington, scrive, a proposito di Madre Teresa: "Con le sue stesse parole, la visione di Madre Teresa della sofferenza, non faceva alcuna distinzione tra sofferenze evitabili e inevitabili, e invece coltivava accettazione passiva di entrambi. Come diceva lei," C'è qualcosa di bello nel vedere i poveri accettare il loro destino, di soffrirlo come la passione di Cristo. Il mondo guadagna molto dalla loro sofferenza"". http://www.alternet.org/belief/mother-theresas-masochism-does-religion-demand-suffering-keep-people-passive?paging=off
(Saleh Zaghloul - foto da internet)

OLI 375: SOCIETA' - Crimini, suicidi e anomia ai tempi della crisi

Capita di essere sommersi da sensazioni, profumi o ricordi; oggi mi è capitato con un parola: anomia.
Mi ha rimbombato nella testa come soluzione o spiegazione, non saprei, della condizione di questo momento.
Anomia come insoddisfazione e ricerca di “alternative” (anche criminose/illecite?) per porre fine alla mancanza di obiettivi raggiunti. O irraggiungibili.
Ma se la riuscita sociale è così in crisi, cosa si può fare affinché la riuscita personale ne esca in qualche modo soddisfatta?
Durkheim parlava di anomia prodotta da indeterminatezza degli obiettivi; ma questo vortice di orizzonti possibili si è schiantato lontano da qui, producendo un unico orizzonte, finito, limitato e paurosamente sovraffollato.
La prospettiva che immaginava Durkheim era una crescita dei suicidi nei momenti di crisi: l'Istat arriva in aiuto sottolineando che: “nel 2012 sono stati registrati 3048 suicidi, di cui 1412 per malattia, 324 per cause affettive e solo (aggiungo io) 187 per motivi economici. Cifre inferiori rispetto all'anno precedente, quando su 2986 casi, 198 erano dovuti a ragioni finanziarie”, e che quindi no, non è la crisi economica a spingere al suicidio. E che il suicidio non è, in ogni modo, la soluzione alla crisi. Sociale, personale o economica.
Mi rimane entrare nella prima prospettiva e perseguire con fini illeciti la scalata al successo? Sebbene comportamenti di questo tipo dovrebbero essere riconducibili a individui degli strati sociali più bassi, senza cultura e senza mezzi per conquistare un posto al sole. Un tempo una famiglia economicamente stabile, una laurea ed essere nati nell'emisfero ricco del mondo erano condizioni vantaggiose.
Sembra che ci si sia appiattiti verso il basso, e che anche i mezzi illeciti scarseggino, o che siano prerogativa di chi ha già molto e voglia semplicemente di più.
(Bice Pollastri)

OLI 375: CULTURA - A chi appartiene il fronte mare?

Una domenica qualunque al porto antico riserva una novità poco piacevole. L'intero molo a ponente dei magazzini del cotone viene utilizzato per una esposizione di servizi charter navali, con "ingresso a invito" ci fa notare l'addetta all'ingresso. Gli stand di plastica bianca oscurano completamente la visuale a chi non può pregiarsi di appartenere alla ristretta fascia di aventi diritto, qualcuno sbircia nei rari punti di contatto rimasti con il porto dietro, stretto fra la struttura e il muro. Molte automobili sono posteggiate sulla strada, al di fuori dei posteggi segnati. Eppure il porto antico, anche se dato in gestione ad una azienda privata, dovrebbe essere patrimonio di tutti, e così anche il paesaggio. Ribelliamoci e scriviamo una mail a portoantico@portoantico.it richiedendo che siano rimosse le strutture che impediscono la visione del panorama.
(Stefano De Pietro - foto dell'autore)

OLI 375: AMBIENTE - Degrado del bosco e fine delle istituzioni collettive, gli effetti imprevisti della pianificazione ambientale

In risposta a AMBIENTE - Da Gerbonte al Monte Gottero, i boschi demaniali ai privati contro il degrado

1,86 periodico. Ecco la percentuale delle foreste demaniali. Apparentemente poco rilevante, almeno sotto il profilo della superficie. In realtà, "demaniale" è un termine specifico, un dettaglio (o se si vuole una parte) del più ampio settore pubblico, mentre "privato" appartiene a una categoria molto generale e a una contrapposizione che finisce per essere generica, quella con il "pubblico". E di "pubblico" ce n'è molto di più, un pubblico che afferisce a ogni livello dell'amministrazione, che attribuisce al bosco specifiche funzioni (come se non ne avesse), per esempio quelle di interesse militare, ma soprattutto di "privato".
L'intervento (OLI 374) mi sembra proporre tre riflessioni:
* come si distribuiscono e come sono gestite le altre foreste "non demaniali" – oltre il 98%? Esiste una larga quota di boschi di generale attribuzione pubblica, ma una larghissima maggioranza sono i boschi di proprietà genericamente privata. E su questi ultimi la manutenzione è in generale modesta, in qualche caso scandalosa. D'altronde tutti i boschi sono soggetti a un regime normativo molto restrittivo che sembra garantire un riconosciuto interesse pubblico per il bosco e che dovrebbe essere oggetto di qualche riflessione;
* di cosa si tratta? Boschi e foreste sono la stessa cosa sotto il profilo del "materiale" (legno), ma le seconde sono appunto beni unitari, come sembra affermare il Wwf; da questo punto di vista "demaniale" non è un attributo relazionale che descrive appunto il carattere della proprietà, ma un attributo sostanziale, uno statuto giuridico importato da Napoleone. Rimando alla voce "Forêt_domaniale" sulla versione francese di Wikipedia. Non sarebbe male una riflessione su questa "sostanza";
* la natura della proprietà e la sua regolazione. Questo terzo punto mi sembra centrale: il limitato interesse privato sul bosco e già citato interesse pubblico corrispondono anche a una larga diffusione di consorzi e altre forme di proprietà collettiva. Su questi soggetti si è più volte intervenuti con l'intenzione di promuoverne la privatizzazione, ma soprattutto le pretese iniziative di tutela della pianificazione regionale hanno accompagnato (se non causato) il degrado delle istituzioni collettive legate al bosco e al pascolo.
Ci sono luoghi in cui queste istituzioni e le regole che consentivano l'accesso al bene (e al suo consumo) erano la vera struttura della comunità locale. Il venir meno di queste istituzioni è stata – nel bene e nel male, più spesso nel male – la vera rivoluzione dell'approccio regionalista.
Forse nelle foreste demaniali si nasconde un problema ben più rilevante del 2% di cui stiamo parlando, le modalità con cui lo stato è intervenuto negli ultimi 40 anni in agricoltura, le caratteristiche della pianificazione nelle aree extraurbane. Ricominciare a parlarne è sempre un bene, soprattutto se fuori dalla retorica della "nuova agricoltura".
(Carlo Bertelli - foto da internet)

OLI 375: CITTA' - Sabato 4 maggio aperitivo solidale con Ambulatorio Città Aperta

L’Associazione Ambulatorio Città Aperta, è "un'associazione di medici, infermieri e volontari che vuole rendere effettivo il diritto alla salute proprio di ogni essere umano, di qualunque provenienza geografica, religione e status sociale. Offrire un'assistenza medica di base agli immigrati "irregolari" - che la legge non garantisce perché orientata a regolare solo l'emergenza - è un modo per esercitare un'azione politico-sociale".
Così è stato anche nel passato: l’Associazione Ambulatorio Città Aperta faceva parte del coordinamento di associazioni del Forum antirazzista e, dalle carte dell’Archivio del forum, si possono ricostruire alcune tappe importanti della sua storia.
Nel corso del 1997 si portava avanti la discussione del disegno di legge sull’immigrazione Turco-Napolitano. Nell’incertezza legislativa sull’argomento, alcuni enti ed ospedali avevano introdotto pratiche discutibili: l’Istituto Gaslini aveva posto, tra le condizioni di ricovero, l’accettazione di stranieri extracomunitari in ospedale (eccetto le urgenze) soltanto dietro garanzia di pagamento. In quella occasione l’Associazione Ambulatorio internazionale Città Aperta si mobilitò e organizzò sull’argomento un convegno (tra i cui invitati compariva anche Tahar Ben Jelloun).
Insieme alle altre associazioni del Forum antirazzista, si batté – sempre nel corso del 1997 – perché la legge in discussione recepisse la necessità di garantire, a livello ministeriale e regionale, il diritto alla salute di tutti i cittadini, indipendemente dal titolo di soggiorno.
Più tardi, nel 2001, poco prima della fine del Forum Antirazzista e della emanazione della disastrosa legge Bossi-Fini, si batté insieme alle altre associazioni del forum per instaurare una collaborazione con la questura.
Successivamente, l’Associazione Ambulatorio Città Aperta ha continuato a garantire il diritto alla salute, così come è garantito dalla Costituzione italiana (art. 32) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (art. 35) e nonostante gli ostacoli legislativi dovuti a norme sempre più escludenti e demagogiche (oltre alla già citata Bossi-Fini, si ricordano gli obbrobri anticostituzionali sanciti dal Decreto Maroni nel 2008).
Per continuare a sostenere il suo servizio a tutela del diritto alla salute, l’Associazione Ambulatorio Città Aperta ha bisogno di essere sostenuta: per questo ha organizzato un aperitivo di autofinanziamento e tesseramento per sabato 4 maggio 2013 alle 19.30, in Piazza Cernaia 3/6, presso Il Formicaio.
E’ necessario sostenere il cammino di chi veglia sui diritti fondamentali, per non accorgersi, un giorno, di averli smarriti per sempre.
(Eleana Marullo)

OLI 375: TEATROGIORNALE - L’ispettore Derrick

Da repubblica.it: Segreto dell'ispettore Derrick."Da ragazzo soldato delle SS" San Teodoro, Sardegna. Ristorante Esagono.
La zuppa alla “Mario” era sparita dai piatti assieme alla prima bottiglia di Vermentino.
Una signora bionda sorrideva, il braccio destro era appoggiato alla sedia accanto alla sua. Teneva tra le dita un tovagliolo bianco. Di fronte a lei una coppia di settantenni corpulenti in camicia floreale, lei in camicia verde, lui rosa. Dopo due o tre sorrisi la signora bionda si alzò, un cameriere l’aiutò a spostare la sedia. In inglese disse qualcosa circa la toilette e, portandosi via il tovagliolo bianco, si diresse verso una porta nascosta da un separé.
Entrò nel bagno degli uomini e si mise a bussare alla porta del gabinetto.
-Host apri.
Nessun rumore, la donna bionda si attaccò alla maniglia e la abbassò diverse volte.
-Host, non abbiamo tutta la sera, apri. Pensa se entrasse qualcuno.
Horst Tappert, per il mondo l’ispettore Derrick, era chiuso in bagno da una ventina di minuti. Continuava a sudare e aveva la gola secca. Fece girare la chiave. La moglie lo tirò fuori dal gabinetto e, sempre nascosta dal separé, lo tamponò di acqua di colonia.
- Host smettila, sono italiani, cosa vuoi che ne sappiano della Germania. Ha fatto una battuta, umorismo italico, sono governati da un signore che fa le corna nelle foto di stato. Quindi ora la smetti e torni di là con Brenda e Johnny, che sono americani, non fanno battute politicamente scorrette e non riusciranno mai a mangiare delle aragoste alla catalana senza il nostro aiuto.
L’ispettore Derrick era affannato ma cercava di stare il più dritto possibile. Non era la prima volta che gli accadeva d’avere una crisi di panico. Negli anni ottanta accadeva spesso, oggi era stata colpa del vino, della giornata al mare che gli aveva ustionato le dita dei piedi (la testa no, portava il cappello), di Brenda che non smetteva mai di parlare. E di quell’italiano, naturalmente, ma gli italiani sono così, sempre a scherzare, non bisogna prenderli sul serio. E' dai tempi di Mussolini che gli italiani non bisogna prenderli sul serio.
- Host, sei pronto? Possiamo tornare a tavola?
L’ispettore Derrick fa segno di sì con la testa. In realtà continua a pensare alla faccia di quell’italiano: mi ha dato del nazista solo perché sono tedesco, non mi ha neanche riconosciuto, non sa che io sono l’Ispettore Derrick. L’ultima crisi di panico l’ho avuta un’anno fa, sono migliorato. Prima bastava un’allusione così, generica, al nazismo per farmi perdere il controllo, ora invece mi devono dare proprio del nazista per farmi andare in panico.
Sono migliorato. La moglie lo porta per mano fino al tavolo, Brenda e Johnny avevano già attaccato le aragostine alla catalana facendone scempio e schizzando di sugo la tovaglia immacolata.
-Host – disse la moglie in tedesco e stringendogli la mano - Sono sessant’anni che ti torturi, basta. Se non ti hanno scoperto fino ad ora…
-Si, certo- Le sussurrò lui all’orecchio.
Ormai aveva ripreso il controllo di sé, solo un leggero tremore alle mani denunziava il suo malessere appena passato. Con coltello e forchetta sezionò lentamente la sua prima aragostina, la ingioiellò di cipolla rossa e se la portò alla bocca su un piedistallo di pane carasau.
-Italiani, non sapranno fare le guerre ma le aragoste le sanno cucinare.
(Arianna Musso - foto da internet)

mercoledì 24 aprile 2013

OLI 374: SOMMARIO

OLI 374: PAROLE DEGLI OCCHI - 25 aprile 2013, Porrajmos

(Foto di Giovanna Profumo)

Giardini Tiergarten - Berlino: Dettaglio del monumento in ricordo dei cinquecentomila Rom e Sinti uccisi dal nazismo in quello che è definito porrajmos, l'olocausto del popolo gitano.

OLI 374: AMBIENTE - Da Gerbonte al Monte Gottero, i boschi demaniali ai privati contro il degrado

Dal Censimento generale dell'agricoltura 2011
La Regione Liguria avrà pronto, entro luglio, un bando per affidare la gestione dei boschi demaniali ad aziende agricole o cooperative. La superficie regionale coperta da boschi è di circa 375mila ettari, e quasi 7mila sono demaniali: si tratta delle foreste di Testa d’Alpe, Gerbonte e Monte Ceppo nella provincia di Imperia, Barbotina, Cadibona e Deiva in provincia di Savona, Tiglieto, Lerone, La Fame, Monte Penna, Monte Zatta, Le Lame in provincia di Genova, Monte Gottero in provincia di La Spezia. Le aziende private potranno quindi entrare nella gestione di queste aree, sfruttare il bosco ed il sottobosco, facendosi carico della manutenzione delle aree lasciate al degrado.
Le zone boschive liguri soffrono ormai i danni dell’abbandono, che ha interessato precocemente la regione, a partire da prima della seconda guerra mondiale. Gli effetti concreti sono il dissesto idrogeologico, gli incendi boschivi, lo sfaldamento del sistema dei versanti, attuato in passato attraverso i terrazzamenti e una gestione consapevole dei bacini idrografici.
Il Wwf ha reagito dichiarando inconciliabile ed anticostituzionale l’affidamento a privati di un territorio forestale di cui è necessario garantire “biodiversità, protezione dei beni naturali, difesa del suolo, fruizione controllata da parte della collettività” (Il Secolo XIX, 2/4/2013).
D’altra parte, l’assessore regionale all’agricoltura Barbagallo ha motivato la decisione affermando che “Il bosco il Liguria negli ultimi 100 anni è cresciuto del 60 per cento: non servono ulteriori foreste abbandonate, semmai bisogna riportare l’agricoltura nella nostra regione perché un terreno coltivato è un terreno preservato” (Il Secolo XIX, 21/3/2013).
Che il bosco in Italia sia in continua espansione (un bosco povero e degradato, frutto dell’abbandono) è cosa risaputa (vedi anche OLI 262 ). Il censimento generale dell'agricoltura 2011, che ha preso in esame i dati del decenni 2000 – 2010, evidenzia che il settore agrosilvopastorale in Liguria non se la passa affatto bene: è evidente (vedi immagine) come il numero di aziende del settore sia fortemente diminuito - e più che in altre regioni - nell’arco di tempo in esame, così come l’indice Sat (superficie aziendale totale, che comprende campi, boschi canali ecc…), che segna una diminuzione del 39,9 per cento: la più rilevante d’Italia.
Sono legittimi i timori del Wwf sugli abusi che potrebbero verificarsi con la gestione privata, tuttavia l’incuria e l’abbandono attuali non sono le premesse per un idilliaco ritorno alla “Natura” ma le cause del degrado ambientale e della perdita di biodiversità che affliggono la regione: la protezione dell'ambiente non può prescindere dalla conoscenza della sua storia.
(Eleana Marullo)

OLI 374: CITTA' - Boccadasse, l’ultima spiaggia

È un luogo incantato... Con la persona amata è poetico. Consiglio a tutti di farci un salto al tramonto..” Così l’ultimo Tripadvisor  (17 aprile), postato su Boccadasse, dove i genovesi portano gli amici, che arrivano da fuori per godere la vista inaspettata di uno dei più  affascinanti borghi marinari d’Italia, dove lo scrittore Camilleri fa abitare la fidanzata del famoso commissario Montalbano.
Tanti luoghi patrimoni dell’Unesco non reggono il confronto. Ci si va per guardare il mare con le case colorate dei paesini  di Liguria, a pochi passi dalla spiaggia i bambini a tirar pietre nell’acqua sotto gli occhi di nonni o di mamme. Basta il sole e mangi il gelato anche se fa freddo, è un via vai di grandi e di piccoli, che passano il tempo a fare i salti dal muretto per atterrare sul morbido della coltre di pietrine.
“Una  miniportofino nel cuore della city”, lo descrive un altro post e gli Uffici del Commercio hanno pensato bene di concedere ad un ristorante di collocare i suoi tavolini in uno spazio  tale, che gli accessi alla spiaggia e alla piazzetta si sono ridotti della metà.
Dalla Costa Azzurra a Cadaques, nessuno ti impedisce di arrivare al mare: baretti, ristoranti, pub, tutti hanno uno spazio ben definito, mentre  a Genova, nell’unico incantevole luogo che c’è in città, una corolla di tavolini circonda l’arco della spiaggia ed ha ristretto il passaggio a chi scende la mattonata. Proseguendo, dopo i tavolini di quasi un metro di lato con poltroncine da regista, sono posizionati un contenitore dei rifiuti,  legittimamente due cassoni di pescatori, alcune barche ( ma soltanto due hanno il permesso) e quindi per arrivare in spiaggia un varco di tre metri e basta. Una nonna ha protestato, scrivendo al Comune.
Ben vengano attività che animano i luoghi d’attrazione per il turismo. Fanno allegria i tavolini in blu, sono accoglienti, ma s’impedisce di arrivare al mare, è rimasta da un lato soltanto una piccola scala, ora non ci si può più sedere sul muretto le gambe ciondoloni: si è risposto, scherzando ma non troppo, che quelli che arrivano non hanno più l’età per saltare.
Due maestre volenterose hanno portato ieri i loro alunni a Boccadasse, era uno sgusciare impervio, stretti fra zainetti e gambe di tavolini a un palmo di naso e la spiaggia sottostante.
Questa la cronaca del 23 aprile e chi scrive fa un giretto a Boccadasse, interpella un vigile che passava di lì, fa notare la situazione al ristoratore, che asserisce essere tutto regolare, ha già ricevuto un sopralluogo.
Oggi 24 aprile, magia però,  i tavolini sono stati assiepati, allontanati di un metro dal bordo del muretto e dalla scaletta: evviva, è stato lasciato più spazio per potersi sedere di nuovo a ciondoloni!
A pensare male... Non è proprio tutta colpa degli uffici, che comunque pare concedano ad occhi chiusi suolo pubblico, come se un marciapiede o il posto più bello che Genova ha, fossero la stessa cosa, con tutto il rispetto per chi lavora.
Chi abita lì da generazioni assicura che i boccadesini sono sollevati quando c’è lo “sciocu”, il vento di scirocco, così non viene nessuno - peccato! è così bella - e tutti i cittadini ne dovrebbero poter godere.
Dispetto ed indignazione ha sollevato il respingimento da parte della Regione circa la richiesta di mettere una pedana sulla spiaggia per piazzarci tavolini (Decr. R. n.3 del 7/1/2013), mentre altri ambirebbero ad una bella squadra di lettini: in fondo occupano lo spazio di un asciugamano. Ma non tutti hanno i soldi per il lettino e tanti fanno le vacanze in città. E Boccadasse ha un vincolo di paesaggio, è spiaggia libera, è spazio di tutti, è un bene da preservare, forse c'è in giro uno strano concetto di bene comune.
(Bianca Vergati - foto dell'autrice)


OLI 374: ECUADOR - El Presidente in Italia

La bandiera dell'Ecuador accompagna il viaggio ad Assago.
Giovedi 18 aprile 2013 è stata una data importante per la comunità ecuadoriana italiana: il presidente Rafael Correa ha approfittato di un viaggio diplomatico in Germania per "allungare" fino a Milano (ma anche in altre capitali europee) per ringraziare i compatrioti per la percentuale di consenso "de verdad impresionante" che ha caratterizzato l'ultima consultazione elettorale ecuadoriana in Italia.
Solo un italiano al seguito dei due pullman di ecuadoriani "genovesi" che si sono ritrovati alle 14.00 nel punto di ritrovo a Sampierdarena, una nota stonata visto che probabilmente l'invito è arrivato a diversi componenti della politica genovese. Anche ad Assago, comune limitrofo a quello di Milano dove si svolge l'incontro, nel palasport più grande della cintura milanese, è presente solo il sindaco, che all'inizio della manifestazione consegna le chiavi e la cittadinanza onoraria al presidente.
Correa arriva, dopo un po' di attesa costruita in modo teatrale, in mezzo alla gente, scortato da alcuni funzionari della sicurezza, viene letteralmente sommerso di applausi, di strette di mano, di baci e di parole di supporto. Un presidente molto amato, che ha fatto molto per i cittadini che risiedono all'estero, una grande fetta del suo elettorato. Spuntano le magliette del Senami (http://www.migrante.gob.ec/), il servizio governativo di appoggio ai migranti, che offre sostegno alle persone in diverse città in giro per il mondo. In Italia, la comunità ecuadoriana è molto numerosa, una delle maggiori e a Genova in particolare, si contano circa 17mila persone, impegnate nei lavori classici ma che cominciano ad emergere in nuove posizioni attraverso il commercio e la frequenza di corsi di specializzazione.
Correa parla per circa un'ora, parte da lontano, dal paese allo sfascio, con una percentuale di migrazione altissima, che ha deflorato l'economia locale già sinistrata da un debito pubblico contratto durante la dittatura (si veda http://youtu.be/ItvBLtGRPMs). Nel corso del tempo, dice il presidente, le azioni del suo governo hanno permesso di risollevare l'economia, di trasformare lo stato in qualcosa al servizio delle persone, al punto che oggi Ecuador è il terzo paese al mondo per crescita sociale. E a differenza di quanto accade qui, la crescita sociale è l'inizio della ripresa economica. Salute e formazione sono stati i primi due punti presi in considerazione. Oggi, possiamo dirlo, per lo meno sul senso dello stato visto come comunità di persone e non come istituzione aliena al popolo, l'Ecuador può insegnare a molti paesi. Italia compresa.
Per ascoltare l'intero intervento di Correa, si può passare un'oretta di spagnolo ben comprensibile a questo link youtube: http://www.youtube.com/watch?v=PiG-DwPeqjw
Una certezza dopo il ritorno a Genova: Rafael Correa sarà un nome che la storia non dimenticherà tanto facilmente.
(Stefano De Pietro)

OLI 374: POLITICA - Tra imbecilli e mascalzoni

“Se c’è qualcuno che non ho insultato, chiedo scusa!!”. L’urlo di Lucy, che sta girando in questi giorni in rete, ben esprime la frustrazione di molti italiani dinanzi allo spettacolo di impotenza che stanno esprimendo PD e M5S dopo le recenti elezioni: impotenza eclatante quella del Partito Democratico, diviso nelle sue diverse (troppe) anime, ondivago tra la ricerca di una collaborazione di qualche natura con M5S e la conseguente inevitabilità di un abbraccio mortale con il PdL, che si risolva in un governissimo, governo di scopo, o inciucio che lo si voglia chiamare.
Dall’altro lato l’immobilismo de facto di M5S, anch’esso diviso fra chi chiedeva un’apertura di credito al PD (forse minoranza, ma chi lo sa?), ed i duri e puri, chiusi a qualunque ipotesi che non sia un governo a cinque stelle: divisi tra meetup, massima espressione di democrazia (sembrerebbe), diktat del duo Grillo-Casaleggio, e streaming ad intermittenza.
In mezzo noi, io come moltissimi altri, che ci chiediamo prima stupiti, poi imbufaliti, come sia possibile una così enorme lontananza della classe politica dalle nostre emozioni, le emozioni di chi ha implorato il PD di votare Rodotà presidente della Repubblica, di chi ha scatenato l’inferno alla notizia della candidatura di Franco Marini alla massima carica dello Stato: costernati, infine,davanti all’autolesionismo dell'affossamento di Romano Prodi.
Non meno imbufalito mi sento verso M5S, anche se con minor titolo, non essendo stato loro elettore, vedendo i capigruppo Crimi e Lombardi, chiedere, durante le consultazioni con Napolitano I (attenzione, da non confondere con Napolitano II), l’affidamento dell’incarico per formare un nuovo governo al movimento di Grillo, senza indicare un nome preciso, riservandosi eventualmente di dare un nome entro 48 ore. Come pretendere un incarico di fronte ad una tale vaghezza? È facile ora gridare al golpe, o al golpettino, chiamare prima la gente in piazza, poi cercare di frenarla.
Ha ragione Sergio Staino, nella sua vignetta su il Venerdì di Repubblica del 5 aprile scorso? Ironia acre, di fonte PD (prima della catastrofe), ma difficile da non condividere.
Sconsolati, attendiamo senza ansia le mosse del prossimo governo, che dovrà stare ben attento a non contrastare gli interessi finanziario-giudiziari del Caimano, vincitore senza meriti incoronato da autolesionisti, opportunisti, velleitari…
Il giornalista Francesco Merlo, questa settimana conduttore del programma Prima Pagina su Radio Tre, sta usando come leitmotiv quotidiano un aforisma di Gesualdo Bufalino: “Fra imbecilli che vogliono cambiare tutto e mascalzoni che non vogliono cambiare niente, com'è difficile scegliere!”.
Sarà forse eccessivamente manicheo, ma anche tragicamente attuale.
(Ivo Ruello - immagini da  internet e da sergiostaino.it)


OLI 374: POLITICA - Fave e governo

Qualche giorno fa, dal fruttivendolo marocchino, in Via del Campo a Genova: voglio comprare delle fave, il loro aspetto non mi convince troppo. Conosco il fruttivendolo, gli chiedo: "scusi, come stanno le fave?".
La risposta è lapidaria: "così così, ma sempre meglio del vostro governo".
(Paola Pierantoni - immagine da internet)

OLI 374: SCHIAVITU' - A Genova Iqbal ha fatto scuola

(foto di Giovanna Profumo)
Mentre la scorsa settimana parte della classe politica italiana offriva ai cittadini uno spettacolo pietoso, a Genova i ragazzi della compagnia teatrale di Enrica Origo, attrice e maestra elementare, mettevano in scena la storia di Iqbal Masih, bambino, operaio, sindacalista, assassinato per il suo impegno contro la schiavitù infantile, il 16 aprile 1996.
A diciotto anni esatti dalla morte di Iqbal, Genova è tornata Città dei Diritti, dedicando alla memoria di questo stupendo bambino una giornata con tre momenti di riflessione.
Accanto ad Enrica Origo, regista del racconto teatrale, Ehsan Khan sindacalista pakistano che aveva liberato Iqbal dal fabbricante di tappeti che lo teneva schiavo.
Quarantatre bambini - età compresa tra dieci e sedici anni - nella sala del Munizioniere di Palazzo Ducale, hanno dato voce alla breve e coraggiosa esistenza di Iqbal, una vita incatenata al lavoro per riscattare un debito contratto dal padre.
In un mondo possibile, l’assassinio di un dodicenne viene raccontato dai suoi coetanei che, attraverso il
(foto di Giorgio Bergami)
teatro, si sono fatti portavoce di migliaia di altri ragazzi schiavi del mercato globalizzato.
Come vediamo il sole e la luna – ha detto Ehsan Khan a Palazzo Tursi - possiamo riconoscere il problema della schiavitù dei bambini, chiedendoci da dove provengano caffè, banane, diamanti, abbigliamento, succhi di frutta, cellulari, computer, cotone.
Ehsan Khan ha ricordato la campagna promossa contro i prodotti Apple e contro Al Gore vincitore di un Premio Nobel ipocrita che, secondo il sindacalista pakistano, andrebbe restituito alla luce del ruolo che lo stesso Gore riveste nella compagnia informatica.
Khan ha, poi, chiesto ai presenti alla conferenza pomeridiana a Palazzo Tursi: Pensate davvero di non avere schiavi? Chi di voi ritiene di non avere schiavi? Ed ha segnalato iniziative ed inchieste promosse dai sostenitori della Global March Against Child Labour e della Slaveryfootprint che, attraverso la rete, favoriscono la crescita di una maggiore consapevolezza di quello che l’infanzia subisce nel mondo.
(Giovanna Profumo - Foto di Giorgio Bergami e dell'autrice)

Pubblichiamo di seguito il testo dell'intervento di Camillo Arcuri su Iqbal, che è stato letto da Enrica Origo in occasione della conferenza.

OLI 374: TEATROGIORNALE - Il presidente degli Stati Uniti


Usa, lettera con sostanza velenosa recapitata a Obama

[Il Teatrogiornale è un racconto di fantasia liberamente tratto dalle notizie dei giornali]


Sono le sei e quindici, il Presidente degli Stati Uniti è già sveglio, sta facendo colazione: succo d’arancia, caffè, pane tostato con prosciutto. Sta leggendo sul suo Ipad la rassegna stampa che il suo staff ha già ridotto. Ridacchia. Fratelli Craxi: “Se papà capo dei ladri, Amato vice-ladrone”.
-Italiani- pensa il Presidente e annusa la sua tazza di caffè, – se non esistessero bisognerebbe inventarli.-
Nel suo staff c’è qualcuno che vuole distrarlo da: “No del Senato. Obama: giorno vergognoso”.
Michelle è entrata in cucina, ha i bigodini in testa.
Squilla il telefono. Il Presidente risponde. Posa la tazza. Guarda la moglie e dice:
-Chiama le ragazze.
Michelle rimane ferma a guardare suo marito. Poi si gira e corre su per le scale. Mentre sale chiama Carmela. C’è una valigia in ogni armadio, una piccola valigia grigia. La valigia per l’ora x. La Clinton le aveva detto di prepararla. Una valigia scaramantica da utilizzare in caso di attacco agli Stati Uniti D’America e di evacuazione della famiglia presidenziale in un luogo sicuro. Tutte le quarantaquattro mogli dei quarantaquattro presidenti degli Stati Uniti ne avevano una nell’armadio.
Le ragazze sono vestite, l’elicottero militare è atterrato. Schermandosi con le braccia e protetti dagli uomini della scorta la famiglia presidenziale sale. Le ragazze vengono messe in fondo all’elicottero, il Presidente e la moglie nella parte anteriore. C’è un protocollo che tutti conoscono a memoria e che tutti eseguono meccanicamente. Michelle guarda suo marito e aspetta. Devono attendere qualche minuto. Tutti i cellulari e i computer non sono più considerati affidabili. Tra qualche istante verrà stabilita la linea rossa.
-Un bicchiere d’acqua, per cortesia.
Chiede il Presidente a un soldato che gli sta vicino. Questo rimane immobile. Forse non ha sentito. Il rumore dei motori è forte. Il Presidente si gira verso un’altro soldato che sta in piedi vicino alla moglie.
-Soldato, è possibile avere un bicchiere d’acqua?- dice il presidente alzando la voce.
I soldati non fanno segno di aver sentito e rimangono immobili a guardare dritto davanti a loro.
Il Presidente si guarda attorno, in cinque anni non gli era mai capitato che qualcuno non eseguisse i suoi ordini. Persino da Senatore c’era sempre qualcuno pronto a dargli il suo bicchiere d’acqua. Lui beve tanto, bisogna bere tanto.
‘E un momento tragico per il paese. Si alza, guarda i soldati.
-Grazie a tutti voi per l’aiuto che date a me e a tutta la nazione.
Nessuno lo guarda o fa segno di averlo sentito. Il presidente osserva le facce dei soldati. Ci sono solo soldati bianchi. Dritti nelle loro uniformi, armi alla mano. Nessuno lo guarda. Sono tutti bianchi.
Il Presidente fa un passo avanti per uscire nel corridoio tra le poltrone.
Un soldato gli sbarra la strada col mitra.
Il Presidente guarda la moglie che lo guarda.
L’elicottero si alza in volo.


(Arianna Musso - foto da internet)

giovedì 18 aprile 2013

OLI 373: SOMMARIO

OLI 373: PAROLE DEGLI OCCHI - Assolibro, veglia per una libreria

Fotografia di Giovanna Profumo
18 aprile 2013. Ore 17.40, Genova, via San Luca, Assolibro. Arrivano i tamburi. Una libraia scoppia a piangere. La gente vaga tra gli scaffali. Marta Vincenzi passa davanti alla libreria, sorride e va oltre.
"Contro la chiusura di Assolibro e l'apertura di Mac Donald".
I tredici musicisti suonano i tamburi. La gente applaude. Un "bravi".
 I libri ormai sono già resi.

OLI 373 - CITTA': L'ultimo stadio e il patron della Samp

“Perché, vede, noi abbiamo una tradizione in città, noi rappresentiamo qualcosa che quelli del Genoa non hanno, non c’è la cultura, non potremmo fare uno stadio con il Genoa, il nostro è un brand da difendere... per restare in serie A”  sottolinea il figlio di Edoardo, durante  il buffet offerto ai Consiglieri dopo la Commissione-fiume, in cui è stato presentato il progetto Stadio in Fiera.
Comprensibile l’incompatibilità con la squadra rivale di sempre, non si capisce però la storia della serie A, non è che la Sampdoria brilli: e comprare qualche giocatore in più? direbbero i tifosi, anche loro presenti tra il pubblico di Sala Rossa, pazzi per uno stadio tutto Samp come per il Manchester, l’Arsenal, la Juve.
Il progetto è interessante, non si evidenziano però operazioni finanziarie da capogiro, come per  il nuovo impianto dell’Arsenal: emessi persino dei bond per 250 milioni sterline, occupati 24 ettari di una fabbrica dismessa, edificati migliaia di appartamenti, bar, ristoranti al posto del leggendario stadio Highbury di Londra.
Sono altri numeri, milioni di sterline e giri di sceicchi.
E perché noi no? Il gruppo Union Calcio Sampdoria accarezza l’idea, è un fatto che con gli stadi nuovi i grandi club europei stanno guadagnando parecchio, pure la Juventus, con un aumento di quasi il 12 per cento di abbonamenti e del 30 per cento di ricavi. Nessuna intenzione speculativa, sottolineano.
 L’iniziativa nasce su input del disegno di legge per gli stadi, presentato ma non approvato che, con  generose agevolazioni, cercava di risolvere l’annoso problema dell’impiantistica di proprietà pubblica: anche a Genova abbiamo un problemino, perché Genoa e Samp fanno a gara a chi paga per ultimo l’affitto di Marassi; spesso interviene la Carige.
L’Union Club Sampdoria nella sua brochure di presentazione, distribuita ai Consiglieri comunali, elenca sette buoni motivi per fare lo Stadio in Fiera e li citiamo in ordine: miglioramento della sicurezza contro la violenza negli stadi, qualificazione dell’impianto come polo sociale e culturale, diminuzione dei costi per la collettività con la riduzione di spese di manutenzione, nuove opportunità occupazionali, riqualificazione urbana, ambientale e territoriale, diversificazione delle forme di ricavo della Società, maggiore competitività dello sport italiano.
Alcuni si commentano da sé, su altri si potrebbe discutere. Su tutti però il tema del lavoro: un migliaio di edili impegnati, mentre, ad opera finita, i lavoratori saranno tra le 15 e le 30 unità. Cifre da sballo.
Per contro la Società potrebbe avere "un riequilibrio delle voci del conto economico e, in ragione della titolarità dell’impianto, la conseguente patrimonializzazione": bel colpo, si tratta delle aree più pregiate di Genova, in riva al mare e in centro città, valutate sui venti milioni di euro dalla presidente di Fiera Armella, che intanto vuole mandare a casa 31 su 54 lavoratori e un indotto di quasi cinquecento piccole imprese.

E’ sulla crisi di Fiera che conta la Sampdoria, sui conti che non tornano per il Comune, principale azionista?
Sorvolando pure sull’impatto paesaggistico di uno stadio piéd dans l’eau da trentamila posti e mille parcheggi, ci si chiede perché farlo proprio lì. Di certo fa gola anche l'eventuale saldo dell’ex palazzo Nira-Ansaldo e qualche immobile del Comune nei dintorni. In cambio si avrà un modesto palazzetto dello Sport per altre discipline, alto circa trenta metri, al posto della ariosa tensostruttura; un po’ di centro commerciale che non guasta mai. E sperando nei nuovi accessi di ponente, che si otterrebbero tirando giù 500 metri di fine sopraelevata per arrivare direttamente in Fiera (costo un milione al metro, fonte Autostrade), trentamila persone si riverserebbero nell’arco di poche ore in un luogo già intasato.
 Ma l’interesse pubblico qual è?
Il disastro è che non s’intravede proprio una visione di potenzialità economico-lavorative per la città, ma soltanto un progetto dall'utilizzo alterno, rivolto essenzialmente ai tifosi e non per attrarre turismo, forse la nostra ultima speranza. 
(Bianca Vergati - immagine da internet)

OLI 373: PALESTINA - Samer Issawi, in fin di vita per la libertà

In occasione della giornata internazionale di solidarietà con i detenuti politici palestinesi del 17 aprile, riportiamo il discorso del prigioniero Samer Issawi, da 8 mesi in sciopero della fame, che nonostante sia in fin di vita per le sue condizioni fisiche, continua a lottare contro la repressione israeliana. Il 20% della popolazione palestinese residente nella West Bank è stata arrestata almeno una volta, in questo momento ci sono 4700 prigionieri nelle carceri israeliane rinchiusi in celle di pochi metri quadrati in cui vivono in media 30 detenuti ammassati in condizioni igieniche nulle. Per questo i prigionieri ammalati continuano ad aumentare e continuano a non ricevere alcuna assistenza sanitaria. I prigionieri palestinesi vengono sottoposti in maniera sistematica ad atroci torture sia fisiche che psicologiche.
Chi esercita maltrattamenti e torture ha l'assoluta impunità anche se si tratta di personale sanitario le cui azioni entrano in conflitto con l'etica medica.
Israele utilizza una struttura giudiziaria arbitraria che consente l'arresto e la detenzione in carcere senza processo e senza la presenza di un avvocato su individui dai 12 anni di età. E' partita una campagna internazionale organizzata dalle associazioni per i diritti umani contro la detenzione amministrativa.
 La detenzione amministrativa è una tattica usata per detenere i palestinesi a tempo indeterminato senza mai portarli in giudizio. L'uso che Israele fa della detenzione amministrativa viola diverse norme internazionali: deportazione dei palestinesi da Israele ai territori occupati, la negazione delle visite regolari dei parenti ed avvocati, la non considerazione dell'interesse superiore dei bambini detenuti come richiesto dal diritto internazionale.
(Maria di Pietro – Immagini da internet)
Per leggere il discorso di Samer Issawi clicca su: continua a leggere

OLI 373: CITTA' - Maddalena on the Road

Sabato 13 Aprile 2013 si è svolta Maddalena on the road: commercianti, abitanti, artigiani, accompagnati da un gruppo di attori, musicisti e clown, hanno invaso il quartiere per cercare di restituirgli la vita. Anche le attività dei negozi si è svolta in strada.
E' da qualche mese ormai che il Civ della Maddalena, l'associazione A.Ma. e il Formicaio, sostenuti da altre realtà del quartiere, animano i sestriere ogni secondo sabato del mese.
Galleria fotografica di Paola Pierantoni, Giovanna Profumo, Ivo Ruello


OLI 373: POLITICA - Les Misérables, tra maschile e femminile

Il suo nome per un po’ è girato, poi non più. Ora siamo molto - e drammaticamente - oltre.
Comunque può essere interessante tornare brevemente sull’episodio che ha coinvolto nei giorni passati Anna Finocchiaro, il suo carrello della spesa, e il ‘miserabile’ Renzi.
Il sindaco rampante aveva messo insieme con strumentalità due categorie incomparabili, e cioè le qualità necessarie ad essere una buona presidente della Repubblica, ed un episodio di scarsa importanza: essersi, la Finocchiaro, fatta aiutare a trasportare un carico Ikea da persone della scorta, con cui si può immaginare abbia sviluppato un sufficiente grado di consuetudine e confidenza da rendere questo atto nulla più che un normale episodio di gentilezza.
Lei, ahimè, ha reagito senza misura, usando parole - miserabile, inaccettabile, ignobile - che andrebbero usate in ben altre circostanze, se vogliamo che le parole abbiano un senso.
E’ questo, e non il carrello, che la dimostra inadeguata.
Sono giorni e giorni e giorni che incontrando amiche ed amici ci scambiamo sguardi sempre più disperati per l’orrenda gestione di questa crisi, e tutto questo delirio mi conferma che non c’è speranza nelle modalità maschili di esercitare il potere; ma per le donne la strada di praticarlo senza adeguarsi ai riti maschili (comportamenti, linguaggi, strategie) resta ancora irrisolta e sostanzialmente inesplorata.
Su questo nodo cruciale e complesso molte donne, da molti anni, discutono, pensano, scrivono; ma questo universo di pensiero femminile pare ancora drammaticamente separato da quello delle donne che percorrono le strade del potere, che pare non abbiano il tempo per pensarci su, per parlarsi tra loro, per trovare la forza di offrirci, collettivamente, un'alternativa.
Anche in queste ultime ore le vedo isolate e disperate, o conniventi e subordinate.
(Paola Pierantoni - Immagine da internet)