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sabato 11 giugno 2016

OLI 429: BOCCADASSE - Una rotonda sul mare

Boccadasse com'era
 Prima è comparsa la recinzione, poi i buchi,  tanti, lungo tutta la facciata di Vittorio al Mare a Boccadasse e i boccadassini seduti imperturbabili accanto all’allaggio, a chiacchierare, come tutti i giorni di bel tempo. Pare che nessun residente si sia fatto sentire ai piani alti, al Settore Edilizia Privata dicono così e soltanto una foto ha fatto scattare i controlli.
Ma come, hanno iniziato i lavori, si era lì lì per rilasciare i permessi, birbantelli. Anche il vicesindaco è intervenuto sui media per confermare la sanzione, uno stop di quarantacinque giorni.
Il progetto prevedeva più di trenta metri di balconata, facciata e scogliera, quasi cinquanta metri cubi di nuove volumetrie, un’inezia d’intervento in un’area tutelata, si badi bene, non vincolata, dove, secondo il nuovo Piano Urbanistico comunale appena adottato, non si contempla alcun vincolo, ma come “ antico borgo marinaro” nelle Norme di Conformità. si sancisce un “ divieto di installazione di qualsiasi struttura tipo dehor o veranda…le scogliere e gli approdi mantenuti nella loro attuale conformazione..”
Ma una balconata cos’è? E di quelle dimensioni poi, pure a picco sugli scogli.
Eppure per costruire quegli oltre trenta metri di balconata Vittorio al Mare aveva compilato una semplice DIA, una denuncia di inizio attività, un po’ di euro in bolli, senza nemmeno un onere in denaro o in opere di pubblica utilità: migliorie accettasi, riqualificazioni pure perché scogliera e dintorni in quell’angolo di Boccadasse sono un pianto.
Il progetto saltato
Invece per un progetto così impattante, che ha dovuto fare il giro di Enti vari per essere autorizzato, non si prevede che una specie di autodenuncia.
I committenti lamentano la troppa burocrazia, Regione e Soprintendenza però avevano dato il via da due anni, su media e social si definiscono danneggiati, loro che vorrebbero fare una cosa bella,loro che da anni hanno muri scoloriti, veranda fatiscente e in bella vista orribili condizionatori, li puoi vedere appena scendi la scalinata sotto la chiesa di Boccadasse. Un eccesso di burocrazia per un edificio di proprietà demaniale, cioè pubblica, su area del demanio marittimo, cioè pubblica e protetta, per un edificio a suo tempo contestato e davvero brutto.
C’è l’Autorizzazione della Regione Liguria già dal 2014, sostengono gli Uffici del Comune ed è vero. Peccato che il via della Regione sia stato dato prima dell’adozione del Piano Urbanistico Comunale di Genova adottato nel 2015. La Regione lo ha precisato a suo tempo. “Resta fermo l’obbligo del rispetto ….di strumenti urbanistici.. “Cioè ad oggi il Puc vigente, che contiene prescrizioni precise restrittive, mentre la richiesta di inizio i lavori è di pochi mesi fa.
A ferragosto 2014 la Soprintendenza scriveva di aver espresso “ parere di competenza favorevole” visto “il parere favorevole” della Regione. A sua volta la Regione esprimeva approvazione con Decreto a settembre 2014, “ preso atto del parere favorevole competente della Soprintendenza”, atto quest’ultimo non allegato presso il Comune. Chiaro?
Il progetto in itinere
 Il cantiere adesso è lì, nessuno sgombero, hanno rifatto dei buchi e scaricato sul piazzale le” strutture leggere”, impalcature in inox, per il nuovo look in legno da barca, stile marinaro, adatto al contesto, si precisa nella relazione tecnica, accompagnate da pannelli di lamiera a onda..
 Pare che gli Uffici abbiano concesso la sanatoria per i lavori iniziati senza permesso. Pare abbiano ridotto le misure: soltanto una terrazza sospesa, profonda due metri e lunga un po’ meno di trenta metri, senza il pezzo sulla scogliera. Un interventino insomma, che però riqualificherà l’edificio, bontà loro: nessuna contropartita per migliorare il contesto d'intorno, che ne avrebbe bisogno e su cui le risorse pubbliche sono sempre meno, un'opera edilizia a gratis in un posto unico in città.
Al caso sembra si sia interessato pure il governatore della Liguria, il buon Toti, anche se l’autorizzazione non era ancora di sua gestione.
 Tutto a posto ora: niente più terrazza sulla  scogliera, che avrebbe previsto ben altro iter perchè quell’angolo di Boccadasse non lo si considera parte del "nucleo storico" e nemmeno facente parte, secondo il Comune, di tutela del Paesaggio costiero. Dalla Soprintendenza tutto tace ad oggi.
Le barche si faranno un po’ più in là, i ragazzi non s’incontreranno più a chiacchierare, a bere una birra sul muretto, niente amoreggiare sugli scogli.
 Da sottolineare che il Comune di recente ha vinto presso il Tar il ricorso di un residente, che voleva costruire un balcone nel Borgo e per cui l’Ufficio Paesaggio comunale aveva espresso diniego. Così la balconata di Vittorio al Mare potrà divenire magari un precedente comodo comodo per alcuni, un po’meno per la dignità delle Istituzioni e per chi vorrebbe preservare, al meglio s’intende, l’antico borgo marinaro caro a tutta Genova e a Montalbano.

venerdì 15 aprile 2016

OLI 428: REFERENDUM - Trivelle sì, trivelle no

Trivelle sì, trivelle no... a ciascuno la sua margherita.
Incontro la giornalaia dell’edicola sotto casa, che ha voglia di chiacchierare, parla del tempo, delle aiuole e poi mi fa:
 “Ma lei che ne sa, cosa vota sulle trivelle?”
Resto interdetta e penso “ma guarda, va a votare”.
Se non ci fosse stato il tamtam della ministra e l’amico del petrolio il referendum sulle trivelle finiva tra quelli “tutti al mare”, invece se ne parla eccome, difficilmente il quorum sarà raggiunto, ma un sussulto di partecipazione è sicuro, soprattutto gli anta, ai giovani poco importa, hanno altri problemi. “Rischiamo di perdere una generazione”, dice Draghi, anche di cittadini.
Gli sfidanti portano ciascuno le proprie motivazioni, un pot-pourri di equivoci e mistificazioni sottotraccia. L’accusa più dolorosa e vile appare quella che votando per il sì si faranno perdere posti di lavoro: intanto la maggior parte delle concessioni ha durata almeno trentennale, pur se alcune degli anni ‘70, più dieci anni e ancora dieci e noi abbiamo sottoscritto il protocollo Cop21 a Parigi sulle emissioni e sulla dismissione di energie fossili. Perciò la nostra ricerca, le nostre risorse devono puntare su energie alternative e le rinnovabili in questi anni hanno creato e creeranno nuovo posti di lavoro.
Illusorio però, come sostengono gli ambientalisti, che per il nostro piano energetico nel prossimo futuro si possa contare soltanto su fonti pulite. Tutta l’Europa, compresa la verde Norvegia ha un piano energetico “misto”, estrae petrolio dal mare di Bering, così la Germania, che molto investe su energie rinnovabili, utilizza la lignite, assai più inquinante del carbone.
Per l’Italia stiamo parlando di una dorsale di petrolio e metano che va da Novara lungo l’Appennino fino alla Sicilia, i numeri, dal National Geographic a stampa varia sono un po' discordanti, 64-66 concessioni per un totale di 130-135 piattaforme, ma Legambiente precisa, e molti concordano, che entro le 12 miglia sono coinvolte 35 concessioni, di cui 26 produttive, con 79 piattaforme e 463 pozzi, cioè 1% di consumo nazionale di petrolio e il 3% di gas, che sembra comunque non essere inquinante, se si dovessero verificare incidenti. Un potenziale pericolo per l’ambiente, anche se danni non ce ne sono stati per ora ed effetti sul turismo neppure, lo dimostra l’Emilia Romagna, dove si trovano più piattaforme, mentre altri timori suscitano le navi che arrivano da tutto il mondo, solcano i nostri mar , portandoci gas e petrolio, spesso natanti senza verifiche e prive di seri controlli come quelle dei nostri cari armatori greci e italiani.
D’altra parte il Mediterraneo è un mare chiuso, le coste della terraferma sono lontane a volte poche miglia, non è un oceano e di fronte nei Balcani si trivella... Del petrolio ne sappiamo qualcosa noi liguri: i resti delle perdite della petroliera Haven, al largo di Arenzano a 25 anni dall’incidente sono ancora lì, vi nuotano pesci e sub imprudenti tra i fondali suggellati per sempre dal materiale della fuoriuscita del greggio.
La legge di Stabilità prevede che non vi siano nuove concessioni, ma che quelle già rilasciate entro le 12 miglia, limite acque territoriali, proseguano a tempo indeterminato, ad esaurimento, così come i permessi di attività di ricerca, una decina sparsi nel mar Adriatico e in Sicilia con rinnovi da sei più sei. Il tutto a prescindere, con proroghe che non rispettano la legalità, come la Normativa europea prevede, la trasparenza sull’affidamento di beni pubblici. E noi abbiamo moli, spiagge assegnate non in chiaro: votando No si continua a perpetuare privilegi, cui purtroppo abbiamo fatto l’abitudine, ma nulla vieta che i titoli possano essere riassegnati con nuova gara o si debba smantellare. Sotto sotto le società petrolifere estraggono anche secondo l’andamento dei prezzi, con calma, se non c’è scadenza, tanto hanno già ammortizzato.
La partita appare in realtà tutta politica, con una comunanza trasversale di oppositori a Renzi e alle sue riforme costituzionali, un fronte compatto da Fratelli d’Italia a Sinistra Italiana e Movimento 5 Stelle, ma anche uno scontro non meno importante tra Enti locali e potere centrale: una calamità, la modifica al titolo V ha dato alle regioni competenze che non hanno saputo gestire, dai rifiuti, al trasporto pubblico, alla sanità e chi teme una longa manus delle regioni sul Piano Energetico Nazionale ha buone ragioni .Per una volta tanto pare che gli enti locali si preoccupino della loro terra, del loro ambiente... o no? Intanto l’amore per bellezza del nostro paesaggio muoverà a torto o a ragione più di un cuore.
(Bianca Vergati - immagine di Paolo Gasaldo)

venerdì 3 luglio 2015

OLI 427: REGIONE - Oooh lovely, Lo-Ve-Li

Il Palazzo della Regione Liguria, in piazza De Ferrari a Genova,
quando era sede della compagnia Navigazione Generale Italiana,
circa 1930, in pieno Ventennio.
Se non altro la Liguria, dopo il botto elettorale, è sempre sui media per il nuovo governatore fintamente ipercinetico Giovanni Toti.
Il pupone infatti scorrazza con Maroni e Zaia, fa proclami, si mostra sibillino e rigoroso sul suo parlamentino, minaccia di annullare le ferie, raduna gli eletti in convento, si è finalmente insediato. Con i 5stelle che scrivono a lui "personalmente in persona" come dice l'aiutante di Montalbano e i giornali che scrivono sul nulla. Tutto un agitarsi per non fare. In realtà i numeri della maggioranza lo spaventano da matti, non tanto e non solo per la difficoltà a governare, quanto perché gli toccherà sempre essere presente: un incubo!
E come farà con Arcore, la vita mondana milanese, romana, marinara? Lui che pensava di aver appeso il cappello divenendo il portavoce di Silvione, dopo aver sudato sette camicie a fare quel capolavoro di Tg4. Da un talk all’altro con quella sua voce da Bubu, spargeva in giro il Verbo del padrone e mai e poi mai pensava di essere eletto presidente in Liguria, “Una regione”, come si è trovato a dire più volte, “che vale forse quanto Brescia”.
Così adesso “la Liguria lavorerà con il Nord-Ovest e con un occhio ad est”, ovvero Veneto e Lombardia: auguri, speriamo, visto che la Liguria, quando va bene, è stata considerata il sud del mitico Nord.
Persino il quotidiano La Stampa ci ha abbassato il target. Su Genova per tanto tempo si comprava La Stampa con il Corriere Mercantile, poi l’acquisto del Secolo XIX e la decisione di puntare per il capoluogo proprio su quest’ultimo: un flop per la Stampa, che senza il Corriere Mercantile ha visto paurosamente diminuire le sue copie, tranne per il Ponente, meta affezionata di tanti piemontesi, amanti della Riviera dei Fiori e per la quale produce un buon inserto.
Nemmeno in occasione delle elezioni regionali La Stampa ha considerato un granché la Liguria, tanto che il 2 giugno è uscita con articoli uguali-uguali sui due giornali: “Renzi mette la mimetica” pag.3 La Stampa, pag 13 Il Secolo XIX; “Pastorino traditore”, rispettivamente a pag 3 e a pag. 4; “L’effetto Pastorino non è stato decisivo”, pag. 9 e pag. 12; “ Stop ai migranti, zero burocrazia”, pag.5 e pag. 3. Il tutto è parso un copia-incolla avvilente da parte di un quotidiano che pareva essere affezionato alla nostra Regione. Per fortuna ora c'è Toti: un titolo al giorno farà sparire i problemi di torno.
(Bianca Vergati - foto Archivio fotografico del Comune di Genova)

OLI 427: GRECIA - Chi il conto non paga mai

Qualunque sarà il risultato del referendum, segnerà l’Europa per sempre. Tra chi invoca i compiti a casa, e chi maledice questa Europa matrigna, a soffrire è intanto il popolo greco, ma c’è qualcuno che di certo non pagherà il conto: gli armatori greci. A febbraio Tsipras ventilò l’ipotesi che per rimettere in sesto i conti di Atene si sarebbe dovuto tassare i ricchissimi tycoon, 60 famiglie che detengono il 16% del mercato globale e generano il 7% del Pil ellenico, con la prima flotta al mondo per tonnellaggio, un primato riconquistato nel 2013 dopo averlo ceduto al Giappone al tempo della crisi e primo paese per ordini di navi da consegnare nei prossimi anni.
Le fortune e le risorse accumulate nei decenni hanno fatto sì che gli armatori potessero aumentare sempre di più le proprie attività e i propri interessi fuori dal paese, centoquaranta miliardi di utili negli ultimi dieci anni, ma anche mantenere una salda presenza in patria. Quasi cinquemila navi dal valore complessivo di cento miliardi permettono di avere il sedici per cento del mercato e di dare lavoro a duecentocinquantamila persone, perciò gli oligarchi hanno risposto con calma olimpica: “Leviamo l’ancora e prendiamo residenza fiscale altrove. C’è solo l’imbarazzo della scelta: Monaco, Dubai, Singapore, oppure in Germania, dove ci sono agevolazioni fiscali fortissime …” hanno minacciato. Con più di nove miliardi di euro di investimenti lo scorso anno, gli armatori greci hanno poi dato un segnale inequivocabile a chi riteneva che la crisi storica che sta attraversando la Grecia li avrebbe affondati, ormai dominano la scena mondiale da più di cento anni. Perché?
Perché dietro al loro successo vi è un regime fiscale eccezionalmente a loro favore, addirittura in Costituzione: infatti, in base all’articolo 107, gli armatori greci sono esentati dal dover pagare tasse sui profitti che provengono dalle proprie attività all’estero. Oltre ad essere essere armatori, sono petrolieri, editori, titolari di lavori pubblici nel Paese senza gare di appalto, possiedono squadre di calcio. Godono di Iva agevolata, ma soprattutto dell’esenzione fiscale sui profitti generati all’estero garantiti per la legge costituzionale del 1967.
Mettere in discussione l’impossibile per Tsipras, applicare ciò che con la morbida legge sul blind trust del 2009 non è riuscito ai conservatori, mentre tutte le inchieste giudiziarie passate sul contrabbando di petrolio non hanno prodotto condannati: una“patrimoniale” di due miliardi e mezzo sui supermiliardari e altri due miliardi e mezzo dal recupero di tasse arretrate. Un provvedimento cucito su misura per i potentissimi armatori. “I nostri cittadini hanno pagato un prezzo carissimo alla crisi – aveva detto il premier mesi fa in Parlamento –  ora il conto lo devono saldare quelli che non hanno mai messo mano al portafoglio”. Già nel 2012, con la Grecia sull’orlo del default, l’ex premier Samaras chiese ai super-ricchi una “tassa temporanea di emergenza”, 500 milioni ad oggi. Perché Tsipras non è andato avanti?
Nella disputa Grecia - Ue si parla soprattutto di pensionati, che sicuramente non hanno una quotidianità facile, ma della metà dei giovani senza lavoro non si parla. Del loro futuro, nemmeno.
(Bianca Vergati - foto di Giovanna Profumo e Ferdinando Bonora)

giovedì 28 maggio 2015

OLI 426: ELEZIONI REGIONALI 2015 - Chi si ricorda il Modello Sicilia?

La regione dei centomila pensionati che si vedranno restituire cinquecento euro, pare divenuta a livello nazionale il caso più emblematico di queste prossime elezioni, tanto che programmi tv, dal Biscione a Sky si sono trasformati in palcoscenici impensabili fino a poco tempo fa per la giovane candidata dei 5 Stelle. Lei, l’Alice dallo sguardo diretto e impavido non appare proprio quella delle meraviglie. Nei dibattiti dal vivo si alza pure per spiegare meglio, spiazzando i candidati uomini, perché la Lella, l’altra donna candidata, pare evitarla accuratamente. Del resto nemmeno veniva nominata la Liguria fra le regioni al voto, poi qualche “mina vagante” come Sergio Cofferati e il suo " non gioco più”, il “rompiamo le righe” della sinistra-sinistra, il Pd locale che mai ha scordato d’essere Ds e mai ha digerito lo sgambetto dell’autocandidatura della delfina spezzina, hanno fatto di questa regione del Sud del Nordovest il sedicente laboratorio della “nuova gauche”.
Più che contro Paita, è contro l’esagerato centrista ex sindaco di Firenze che si è candidato un altro sindaco, quello di Bogliasco, civatiano, incredibilmente dimessosi dal Pd, seguito a ruota dal suo mentore Pippo. Ora il Pippo vagheggia un Podemos all’italiana con la imminente formazione “Possibile”, auspicando la vittoria di Luca Pastorino, per riscattare “valori e ideali, che con Renzi paiono scomparsi”, dichiara.
Uno psicodramma in Liguria, di cui l'astuto Silvione ha fiutato il tesoro nascosto. Pure Matteo Salvini non aveva recepito l'occasione e pronto aveva disarcionato il suo candidato Rixi, sicuro fosse terra di nessuno: invece in Liguria la destra è riuscita a raccattare mare e monti, fra macerie scaiolane, ex Alleanza Nazionale, liste fumose, con un candidato paracadutato, fuori dalle beghe locali, che ha messo d’accordo tutti: un colpo di genio il valletto Toti (OLI 421).
 Magari salverà la Paita il buon Enrico Musso, l’ex candidato sindaco, l’unico a restare fuori dall’ammucchiata "volemmose bene per la Liguria".
Anche per il Movimento 5 Stelle ligure si era provato a far finta di niente, ma, ora che i sondaggi danno un testa a testa fra il portavoce di Berlusconi e la spezzina Paita senza che nessuno arrivi alla fatidica soglia di maggioranza governabile, si è diffuso pure in tv il panico di toppare continuando ad ignorarli e così la bella Alice sta avendo un boom di ascolti e di pubblicità gratis.
Che succederà? Alleanze da pazzi. Ci sarà una grande koalition, una media koalition, lavoreranno insieme
la sinistra-sinistra e i pentastellati? A cuccia nel cassetto dei ricordi il modello Crocetta-Grillini in Sicilia, dove si era avviata in assoluto la prima collaborazione politica dei 5 Stelle, naufragata in pochi mesi; l’uomo di cultura Crocetta, quello che da sinistra credeva nella rinascita della sua incantevole terra, è rotolato negli scandali; fresco fresco di questi giorni il voto di scambio alle Regionali e che proprio non ne sapesse nulla...
I 5 Stelle siciliani ora stanno alla finestra, non li si sente fiatare sull’ambiente, la cultura, il turismo sostenibile, l’arte, i temi condivisi con l'uomo di cultura Crocetta, mentre la rinascita della Sicilia non si vede, citiamo l'esempio della gestione turistica delle isole Egadi, considerata forse periferia del regno. Spiagge incantate, in cui nessuno raccoglie la spazzatura, meravigliosi sentieri a picco sul mare travolti dalle frane, percorsi comunque da alcuni audaci stranieri appassionati di trekking, siti di grande pregio, le cui visite sono al buon cuore di giovani esperti volontari che non beccheranno un euro perché l’incarico pare sarà affidato dal primo giugno: in compenso se vai all’ufficio del turismo ti rispondono che cartine, piantine, informazioni le puoi trovare nei depliant che sono in ristampa. Più di cento persone erano in attesa a Favignana per visitare una delle più belle tonnare del mondo, lo stabilimento Florio, acquisita dai Beni Culturali, restaurata cinque anni fa, dove puoi vedere anche reperti della famosa battaglia delle Egadi fra Romani e Cartaginesi: un tempo dava lavoro a tutte le isole, che furono possedimenti dei genovesi Pallavicini, poi dei Florio e ancora del genovese Parodi, oggi ci si può accedere quando è disponibile qualche volontario il sabato o la domenica. Riusciranno i 5 Stelle ad essere costruttivi in Liguria?
(Bianca Vergati - immagini dell'autrice)

venerdì 8 maggio 2015

OLI 425: SISTEMA ELETTORALE - Elezioni in GB e la Formula Perfetta

Nella placida campagna inglese a Sud di Londra le elezioni parevano lontane, pochi i manifesti, ogni tanto un cartello con una sigla ai bordi della strada o in mezzo a un prato, che strabuzzi a guardare per capire se sia un’indicazione stradale o un’insegna di ristoro; nell'abitato rari cartelloni, al più occhieggiano dalle vetrine i volti dei candidati. Nient’altro. E’ nella cassetta della posta che arrivano i volantini, tanti, un porta a porta che raggiunge anche le case più isolate. Secondo i sondaggi tutto sembrava spaiato e il testa a testa dei due partiti che tradizionalmente si alternano a guidare il Paese parevano la spia che il bipolarismo avesse fatto il suo tempo: Conservatori e Laburisti con temi comuni, promettevano lavoro, sanità più pubblica, asilo gratuito, Università meno costosa “quasi” per tutti.



La crisi economica pareva avesse creato incertezza negli elettori, un peso enorme sul modello di Governo in una democrazia, se pure la ripresa inglese è la migliore in Europa. Dopo essersi tenuti il gallone, la pinta, le miglia, l’inossidabile sterlina sgomitando in Europa, con il mito british, la Regina e connessi, tutti a testa bassa, in modo più o meno soft a soffiare “contro” l’Europa; il più accanito l’UKIP di Farage, quello con cui Grillo aveva tentato un’alleanza per fare gruppo a Bruxelles. Un patto non riuscito, mentre imperversa il cavallo di battaglia dell’UKIP: giunta l’ora di riportare indietro i trenta milioni di sterline che ogni giorno si danno alla UE, invocando “il controllo dei confini”, proponendo il sistema-Australia, dove si decide chi arriva e chi si deve sistemare. Una sorta di Lega Italiana. Ma in che modo avrebbe fatto l’intrepido Paese di Albione senza lo straniero e i possedimenti stranieri?
In voga il voto utile, ovvero “vota libdem”, solo così potrai sconfiggere i conservatori perché di certo i libdem
appoggeranno i laburisti, oppure un voto utile dato ai principali partiti e non ai partitini come i verdi. Un’alchimia di variabili che il sistema a collegio uninominale prevedeva un UKIP fino al 14 per cento, sia pure con pochissimi parlamentari. L’ago della bilancia pareva essere il partito indipendentista scozzese, poiché per il sistema elettorale di sicuro raccoglierà un sacco di voti nei collegi di Scozia e porterà a casa decine e decine di parlamentari.
Tutto sbagliato: la consultazione in realtà ha riconfermato Cameron a pieni voti, spazzato via i liberaldemocratici, gli antieuro di Farage e premiato soltanto gli scozzesi, di cui i Conservatori dovranno tenere conto, pur avendoli osteggiati.
Sotto l'incubo di "coalition of chaos" gli inglesi hanno preferito i conservatori e il loro programma di Austerity, che sta facendo recuperare la crisi,  sconvolgendo ogni previsione, apprezzando comunque la proposta di referendum per uscire dalla UE, ma emarginando gli estremismi.
 Imprevedibili e furbi questi inglesi, che da sempre hanno l'occhio lungo, il loro mondo è fatto tanto dalla City e sanno bene di essere una sorta di paradiso fiscale nel cuore dell'Europa, si terranno brontolando ancora i vantaggi negoziati a suo tempo dalla Tacher, come il comodo libero mercato, eppure fanno vincere un partito che la critica. Il referendum finalmente chiarirà. Una vittoria per il sistema del bipolarismo, in bilico alla vigilia per il temuto pareggio: e da noi con  l'Italicum come sarebbe andata? Di sicuro in GB non ci sono i nominati.
(Bianca Vergati - Foto dell'autrice)

OLI 425: BENI COMUNI - Stonehenge, tutto il mondo è paese


Stonehenge è il sito di resti megalitici più noto di tutto il mondo, recentemente recuperato con un grandioso progetto che colloca la collina delle Pietre lontano da qualunque edificio, una volta gli ingressi erano ad un tiro di schioppo e i visitatori vi passeggiavano arrivando a toccarle. Un po’ come per le Piramidi di Giza a Il Cairo, che t’immagini sperdute nel deserto ed invece hanno l’edificato urbano a un soffio, cosicchè la grandiosità del monumento è sopraffatta da cammelli, chioschi e case fatiscenti. Ai megaliti di Stonehenge arrivi con pulmini che ti accompagnano sino ad un percorso pedonale, che ti tiene ben lontano, salvaguarda il sito e ti appare in lontananza in una visione ancora più suggestiva. Non è così per un sito a pochi chilometri da
Stonehenge, che non è noto e non rientra nel circuito turistico mondiale. La località si chiama Avebury, vi si accede da un cancelletto aperto al pubblico, senza sicurezza, anche qui in un paesaggio da sogno, la verde campagna inglese con distese di prati gialli, i campi di colza, che in questa stagione pare d’essere in Provenza, una collina, un fossato intorno e un cerchio di pietre. Vicino ci sono però un paio di case, un pub è a pochi metri dal monumento e placida, incredibile, si srotola una strada. Sì, proprio una strada bella asfaltata, su cui passa indisturbato il traffico e che interrompe il magico cerchio. Povera Avebury, a quanto pare, non è Patrimonio dell’Unesco, anche se essere tutelati non vuol dire niente, vedi Pompei dove domenica scorsa, come prima domenica del mese ad ingresso gratuito, sono state fatte entrare trentatremila persone, al collasso la sorveglianza e lo stato della meravigliosa Pompei.
(Bianca Vergati - foto dell'autrice)

venerdì 17 aprile 2015

OLI 424: SANITA' - Teresa e la cannabis

La sposa scende i gradoni di pietra, alle sue spalle si staglia il campanile grigio, la facciata d’ardesia a righe e Teresa, la mamma della sposa, la guarda commossa. E’ un sabato di giugno, i turisti ormai sciamano via, ancora una foto di quelle rocce a picco sul mare con la chiesina che pare fatta a carboncino, i matrimoni in quell’angolo di Liguria sono consueti, al più si spia se la bella ha gli occhi a mandorla, ché vengono fin qua per convolare a nozze.
Le giovani invitate scendono scalze fino al vicolo, i tacchi son dolori in quella discesa ma lei no, Teresa resiste, i suoi non sono tacchi a spillo, procede spedita nel suo vestito rosso verso l’imbarcadero e la vedi ondeggiare un po’, sarà il selciato pensi. Invece no. Il suo passo pare un tantino strascicato, morbida, una bruna bellezza mediterranea, dagli occhi grandi, che ti volti a guardare.
Sono passati pochissimi anni, ora Teresa ti guarda ancora con i suoi begli occhi scuri spalancati, vigili, ma non può parlare : una specie di parkinsonismo le sta divorando i movimenti, il respiro, la voce, a stento si muovono le labbra, forse vorrebbe sorridere.
Suo marito ha studiato, ha letto tutto quello che poteva leggere, ha scoperto che la cannabis rilassa i muscoli, il male più grande per Teresa, le contratture le procurano dolori infiniti, le rattrappiscono le mani, le gambe. Aveva chiesto come sperimentazione domiciliare che le si prescrivesse la cannabis e dopo mesi di attesa finalmente ne era stata concessa una modesta quantità per fare decotti: pochissima dalla Asl della città di residenza, mentre quella della provincia accanto ne prescrive sei volte tanto.
Dunque una discrezionalità che varia da ospedale a ospedale, troppa prudenza o altro che è meglio non dire, di fatto un trattamento sanitario diverso nella stessa Regione.
Non esiste dunque un protocollo a livello nazionale o strapotere del Titolo Quinto?
Purtroppo arriva una polmonite e il ricovero in ospedale: il coma farmacologico e la terapia di cannabis interrotta. I medici sono chiari, già l’hanno aiutata a respirare, l’hanno inserita nella terapia del dolore, morfina e stordimento, prassi consolidata, al diavolo dignità e migliore qualità di vita del malato.
Niente cannabis per Teresa, non c’è nessun protocollo che la preveda, la si può dare soltanto ai malati di Sla e sclerosi multipla.
Il marito di Teresa insiste, insiste almeno per alleviarle i dolori, infine il Comitato etico non si pronuncia, ma c'è un altro iter e si concede il decotto, tanto per provare e lei si sveglia dal coma, è tornata a guardarti, con quegli occhi belli che a tratti si riempiono di lacrime, vorrebbe parlare forse. Il compagno della vita ogni giorno è lì ad accarezzarle le mani, il viso, le parla, vorrebbe almeno lenirle il dolore delle contratture: con l’incoraggiamento di un dirigente illuminato i medici hanno acconsentito finalmente alla “sperimentazione ufficiosa” dopo mille giri burocratici, una dose ben più forte, con un’altra formula, ma la medicina però non è disponibile. Così è andato in Svizzera a comprare lo Sativex, con la prescrizione di un medico svizzero, uno spray a base di cannabis a dosi elevate.
Intanto il tempo è passato e la malattia è progredita, pur se Teresa ha di nuovo iniziato lentamente a muovere le mani, ad aprire meglio la bocca, fra lo scetticismo stupefatto dei medici e dopo tanta immobilità chissà.
Il suo amorevole compagno vorrebbe portarsi a casa Teresa, le vuole così bene, si conoscono dai banchi di scuola, spera di riuscire a farla parlare di nuovo, farla muovere, rimetterla seduta, ha buttato in fondo al cuore che cosa voleva ricordargli con le sue lacrime Teresa, che glielo aveva detto quando aveva scoperto la sua malattia senza ritorno e ancora riusciva a parlare: “Portami in Svizzera”.
Aveva ragione il cuore?
(Bianca Vergati - foto da internet)

venerdì 27 marzo 2015

OLI 423: REGIONE - Carbone che viene, carbone che va

“ Ma tu con chi stai?” è il quesito principale che imperversa sui media liguri, da destra e da sinistra tutti sgomitano, ma dai politici nemmeno un pio di come sta la nostra Liguria. Pare si stia sfasciando il Salone Nautico, che non interessa soltanto Genova, eppure il capo di Fiera, Sara Armella, è occupata a fare le primarie Pd, mentre il presidente in scadenza dell’Autorità Portuale Merlo, consorte della candidata presidente regionale, presenta un Piano regolatore Portuale "da sssogno", direbbe Crozza-Briatore: stupendo il blueprint di Renzo Piano, speriamo che lo facciamo.
Si prevedono però due nuove dighe, gulp, quando neppure si è deciso se e quando fare la torre piloti, forse l’unica certezza è l’abbattimento dell’ex palazzo Nira, che magari basterebbe bonificare per recuperare...
Il porto di La Spezia compra gru giganti dalla Cina, una volta le costruiva Ansaldo Industria, come se quel gioiello di golfo fosse adatto per intensificare il megatraffico container, a Imperia crisi nera, è lontano il ricordo dei mulini sbuffanti della pasta Agnesi e dei treni carichi di grano, ora ristorantini, vecchi yacht e sulle banchine rubate al mare svettano gli scheletri degli edifici del superporticciolo incompiuto.
A Savona è stata chiusa la centrale termoelettrica di Tirreno Power, non più a norma, restano duecentomila tonnellate di carbone inutilizzate e a rischio inquinamento. Finalmente si è deciso per lo sgombero: il 15 per cento andrà alla centrale di Monfalcone. E il resto? Ci vorranno quaranta camion al giorno per completare lo smaltimento delle prime trentamila tonnellate, che viaggeranno fino al Terminal Rinfuse di Genova, essendo stato chiuso da tre mesi quello di Savona-Vado, proprio per la cessazione dell’attività della centrale. La movimentazione del carbone potrebbe avere effetti sull’ambiente, intanto è certo che dovranno essere compiuti millecinquecento viaggi per l'imbarco sino a Genova.
Complimenti per la gestione alla Regione, al Ministero, a tutte le Autorità Portuali, che puntano i piedi per non essere accorpate, quasi ogni porto fosse una repubblica marinara e il coordinamento in questo caso è brillato: la Befana è lontana, ma molto di quel carbone dovrebbe essere scaricato a casa di tutti quei soggetti di cui sopra.
(Bianca Vergati - immagine di Guido Rosato)

OLI 423: AMBIENTE - L'amore alle Galàpagos e a Portofino

Il pontile dondola languido, luci festose ne disegnano la sagoma, intorno mare nero e altri profili luccicanti, sono le imbarcazioni, poche, che sostano in baia. In lontananza spiccano luminose le piccole case del porticciolo, una fila di negozietti che vendono tartarughe in onice e pelouche, magliette con le sula, gli uccelli dalle zampe turchesi.
 I turisti sbarcati si affannano a curiosare, a rovistare nelle bancarelle, vorrebbero portarsi via tutto, quasi a fermare il tempo e i ricordi. Sono soltanto souvenir ma è nel cuore, nella memoria che vorrebbero fermare per sempre le immagini di un mondo che non vedranno uguale in altro posto, le foto potranno servire soltanto a raccontare. Mai si scorderanno di aver nuotato con le tartarugone placide, con i minuscoli pinguini così goffi a terra, cosi eleganti nell’acqua, così rapidi ad accorrere al tuffo del cormorano che si immerge nel banco di pesci, spirali argentate di pesciolini che si tengono stretti per difendersi dal predatore. Ricorderanno i colibrì librarsi sulle rocce per cogliere cibo invisibile, le iguane statuarie, come un microfilm di jurassick park e poi lo scivolare lento dei gommoni, l’avvicinarsi cauto alle isole incantate, dove pigri si crogiolano i leoni marini: scuri, quasi neri se sono bagnati, i cuccioli dal pelo dorato che si strusciano sotto il sole, al riparo dei grandi, in un silenzio che ti avvolge, interrotto soltanto da "voci" non umane.
Si deve parlare a voce bassa per non spaventare gli animali, bisogna scrollare bene gli scarponcini prima di risalire in barca dopo un’escursione, i percorsi sono segnalati, guai ad andare oltre, anche se ti capita di assistere alla nascita difficoltosa di un piccolo leone, non puoi, non devi intervenire: pure se il piccolo sembra non riuscire a risalire dalla pozza in cui è caduto, la madre lo guarda esausta sulla riva e tu, tu non puoi aiutarlo, romperesti l’equilibrio della natura, forse quel cucciolo è destinato a morire, un altro sopravviverà.
Ecco tutto è così, alla Galàpagos, regolato dal ritmo e dalle leggi di natura, puoi osservare da lontano, nuotare un po’ più in là, ma nulla deve essere alterato, scavalchi le carcasse e non devi raccogliere foglie, sassi, conchiglie. Sembra quasi maniacale, esagerato ma è così che da millenni qui vivono animali estinti altrove, che Darwin aveva osservato là prima di scrivere L’Origine della Specie: uua variazione di fringuelli che a seconda delle isole che abitavano, aride o lussureggianti, si erano adattati ad avere un becco più lungo, un colore più anonimo. L’Ecuador ne fa un vanto di riserva, numero chiuso per approdare, per visitare questo paradiso, una risorsa economica da preservare ad ogni costo tramite un turismo intelligente.
Proprio come da noi con un modesto esempio: il sindaco di Portofino ha chiesto di accorciare la distanza a cui possono arrivare le navi-mostro da crociera per solcare “il santuario dei cetacei”. Così s’intende l’amore per la natura in questo nostro Paese che non sa più che cosa sia una convivenza equilibrata tra l’uomo e l’ambiente, ne ferisce la bellezza, Grande Opera sarebbe preservarla.
E pensi con rimpianto a quel leoncino di mare sdraiato beatamente sul pontile, mentre i marinai con passo felpato cercavano di aggirarlo senz disturbarlo, per arrivare a sciogliere le cime del gommone. 
(Bianca Vergati)







giovedì 12 marzo 2015

OLI 422: BENI COMUNI - Valletta Cambiaso, se il Pubblico è distratto

L’ultimo derby è stato rinviato per pioggia e per lo stato horribilis del campo in un rimpallo di responsabilità anche se il Comune ha già passato la palla per la manutenzione dello stadio di Marassi tempo fa e il consorzio che gestisce sostiene che Samp e Genoa non pagano, come del resto succede per l’affitto.
A Nervi la piscina ha chiuso per problemi strutturali e chi l’aveva in gestione ha lasciato un buco a sei zeri, fra bollette e impianto che non ha mai visto migliorie: con il miraggio di fondi europei è stato presentato un progetto dalla sostenibilità economica pari a una lotteria.
Ad Albaro lo stadio del Tennis è a malapena agibile per i campi, ma tutto il resto, ovvero l'ex splendido verde del parco è un pianto. Che succede? Succede che i soldi sono finiti e la cuccagna pure.
Se dallo stadio di calcio il Comune è pur riuscito a defilarsi come manutenzione dell’erba dopo gestioni in fallimento, tutto il resto è ancora a suo carico, dallo stato tribune, ingressi e quant’altro.
 Il patrimonio pubblico costituito dagli impianti sportivi è dunque nebbia fitta. Mala gestione si dirà. Non solo. Il punto vero è pure un altro: sono gli accordi a fare acqua, ovvero le fatidiche Convenzioni che le Istituzioni fanno con chi ne assume la gestione. Non si capisce se sono poco accorti i funzionari o incapaci, idem i gestori, ad essere carini. Parliamo di un impianto sportivo di indubbia valenza architettonica e di un parco storico vincolato. Il fatto è che quando si “concede” un impianto pare che chi lo acquisisce faccia un piacere all’Ente. Si stipulano così contratti alla picchio che, se puta caso, non vengono rispettati nessuno paga. E non soltanto in senso metaforico.
Si cita sempre “la funzione sociale  dello sport”, con buona pace di tutti e se l’impianto va in malora, si chiude e ci si arrabatta poi per trovare le risorse con fregature annesse, il più delle volte.
Accade così per Valletta Cambiaso, un parco storico in cui fu costruito decenni fa lo stadio del Tennis, il più pregiato in Italia dopo il Foro Italico di Roma: una costruzione artistica di valore e una collocazione in un contesto di verde addirittura vincolato. Nel 2006/ 2007 la Federazione Italiana Tennis, dopo decenni di corsi Coni di successo, fece il gran passo e ne assunse la gestione con l’impegno di una riqualificazione delle opere strutturali per mezzo milione di euro, altri centomila euro sarebbero stati spesi per rimettere a posto il parco. Il canone sarebbe stato di quindicimila euro l’anno per i primi dieci anni e il doppio nei venti successivi, mentre ci si impegnava altresì sulla manutenzione del verde per un onere di trentamila euro l’anno.
Gli anni sono passati e niente di tutto questo è successo, anzi spesso è dovuto intervenire il Comune di Genova per riparare e ripristinare alberi, vialetti. Ma siccome sanzioni non ne erano state inserite nella Convenzione non si potrà pretendere nulla. Due anni fa è subentrata in subconcessione una società, la MyTennis, costituita ad hoc dai due circoli più vip della città: fame di spazi, 400 allievi, l’organizzazione di un grande evento internazionale, il Challenger, e una gestione delle ore praticamente esclusiva, alla faccia della funzione sociale, a parte una manciata di ore nessun altro circolo vi ha più battuto palla. Quatta quatta la FIT ha rimesso alla vigilia di Natale la concessione e My Tennis ha scodellato a gennaio un progetto per riqualificare il tutto, approfittando di supposti fondi europei. Si farà una gara naturalmente, partendo da quel progetto e siccome risorse non ce ne sono, vinca il migliore...
Il progetto è valido: peccato che si vorrebbe abbattere un bel numero di alberi di un parco vincolato storico, gli aghi dei pini si sa son fastidiosi, si vorrebbe recintare parecchio, occupare uno spazio consistente per “evitare commistioni fra atleti e bambini”, parola del progettista che ha presentato presso il Municipio Medio Levante il piano. Il Municipio ha approvato il progetto con molti paletti. Sarà ascoltato? Preoccupazione primaria per i cani, a quanto pare i più importanti fruitori, cui si propone di dedicare un’oasi del parco da sempre frequentata dai bimbi: che ce ne facciamo di questi mocciosi molesti, sempre meno a dire il vero, che corrono, giocano, importunando la concentrazione dei giocatori di tennis?
(Bianca Vergati)

giovedì 19 febbraio 2015

OLI 421: ELEZIONI REGIONALI - Riusciranno i nostri eroi?

“Essere protagonisti”, sottolinea il giovane Stefano Quaranta, occhialini, ascetico, con il tono appassionato di chi ci tiene a rimarcare che non vuole stare alla finestra, come se quel voto unanime Pd per il Presidente della Repubblica avesse scompigliato uno scenario immobile, quasi la brezza capitolina fosse divenuto un uragano, finiti i tempi da comprimari. Di nuovo in prima fila a rivivere l’impegno in Parlamento, “l’avventura” come la definisce l’altro giovanotto.
L’altro è Luca Pastorino, nell’immancabile smilzo cappottino blu, un dejà vu in puro stile modaiolo fiorentino, chissà se qualcuno glielo dirà prima o poi. Sindaco di Bogliasco, ha fatto del suo Comune un vanto pazzesco, peccato che per colpa del governo abbia dovuto portare al massimo l’Imu, ma “le prime case sono salve” si è giustificato, peccato che vi siano, soprattutto, seconde case, 4456 abitanti. Eletto deputato Pd, civatiano, fiero di essere panda nel suo partito, anche se dal solito loggione, cioè dal fondo della sala qualcuno gli grida “perché non te ne esci?”, sentendolo lamentarsi del solito Pd.
Ecco i due quarantenni, sono la strana coppia che si è presentata a Palazzo Tursi per la kermesse di Rete a Sinistra sabato 7 febbraio. Una strana coppia per rappresentare una storia due punto zero. Dalla platea una sfilata di “io vorrei”, il risultato di un sondaggio sulla “Liguria che vorrei”. Sanità eppoi ancora sanità, con qualche buona proposta, perché è pur vero che rappresenta quasi il totale della spesa regionale, l’immarcescibile politica di genere, riferita alle candidature ovviamente, un po’d’ambiente, che pare in testa al gradimento, infine il tema del lavoro che non fa mai male. Il tutto esposto con toni vibranti, anche da impiegati regionali, preoccupati del futuro: dove mai troveranno un altro assessore al Personale come Matteo Rossi, ex Sel, che ha difeso per loro “una indennità-disagio di 13,02 euro lordi al giorno per i dipendenti delle fasce più basse, “obbligati a orari non programmabili, impegnati in relazioni interpersonali e procedure complesse..”( http://www.regione.liguria.it/argomenti/media-e-notizie/archivio-comunicati-stampa-della-giunta/item/38716-spese-della-liguria). Le indennità di disagio erano previste fin dal
contratto decentrato del 2004, si era difeso in conferenza stampa l’assessore Matteo Rossi dietro le sue bianche lunettes, sostenendo che tale contratto era stato cancellato a gennaio 2014 e per le fasce più basse, firmato da tutte le sigle sindacali. L’indennità riguardava anche addetti ai magazzini, al servizio posta interno... al gonfalone dell’ente: per quest’ultimo servizio di rappresentanza, un’indennità di 46 euro lordi nei giorni feriali e 154 nei festivi. Se n’è uscito da Sel l’assessore, starà tentando di entrare nel Listino del presidente candidato.
 “Il candidato ora non conta”, insiste Quaranta di Sel, “davanti a questa platea meravigliosa”.
E quando conta?
Dopo l’uscita di Cofferati, pare definitiva, ma non si sa mai, il bolognese è provvisto di porte girevoli, si va cauti, si evoca L’Altra Liguria, altre associazioni in un invito a “ tutti insieme appassionatamente”
L’impressione e il timore di chi ascolta tutti quei volenterosi è che ciascuno si tenga stretto il suo gagliardetto, nessuno pare ricordarsi che l’avversario non è soltanto Renzi o la Lella di Spezia, e che se a destra si mettono insieme, chissà. Del resto, dopo l’elezione del presidente Mattarella l’opposizione a Renzi sembra più soft. Pur se i grillini, loro malgrado devono fare gli sdegnosi, ordini del capo. Ma se c’è un buon candidato nel segreto dell’urna...ufficialmente un’occasione persa.
Altrimenti i numeri parlano chiaro.
Elezioni Europee 2014, Lista Tsipras: 4,51%;. Per Sel alle Politiche 2013: 3,4%; Amm 2012: 5,03%. Gli altri uno zero virgola.
Ma dove si va? Con i cento ribelli antipaita?
(Bianca Vergati - Foto di Giovanna Profumo)

giovedì 5 febbraio 2015

OLI 420: DONNE - Natale in Amazzonia

Gardenia mentre taglia la yucca
Gardenia arriva lieve, i piedi scalzi, sulla sua pelle scura spicca il vestitino verde a balze, piccola, sottile, come una bambina. Quando tutti i turisti sono arrivati nel capanno, esce in silenzio, si avvia verso i campi, impugna un machete e con sicurezza taglia un alberello, scava fino alle radici, ne estrae dei grossi tuberi bitorzoluti. È la yucca, che lei pela veloce, riavviandosi al capanno, dove ha predisposto una grande teglia su un fuoco di legna. Lava le grandi patate infangate, predispone grattugie in una vasca di legno e insieme a lei, qualcuno inizia a grattugiare. Come sono goffi tutti, a parte gli italiani! Poi stende la polpa ricavata in un’amaca di foglie, che appende e comincia a torcere: la bella biondina olandese l’aiuta, ma dà un calcio alla bacinella, in cui si stava raccogliendo il liquido. Gardenia è raggelata, quel liquido serviva per fare zuppe, poi setaccia ed infine sparge la farina nella padella fumante e ne ricava una specie di focaccia saporita, che verrà servita come pane. Sguscia all’interno una bimba, enormi occhi neri, è Elisa, figlia di Gardenia, che spia la mamma, è ora di pranzo, poi scivola via .
Il momento dell'arrivo al villaggio
Racconta Gardenia, nel vendere anche braccialetti intrecciati, che quello è il suo lavoro, lei parla una lingua che non è il castigliano, e neppure quella di suo marito, ma sono venuti a vivere lì perché si sta bene, ha trovato come sostenere il bilancio familiare, prende tre dollari a turista, il suo villaggio è ad altre due ore di canoa e se scende in città deve fare mezza giornata di barca. Pochi gli uomini in giro, soltanto alcuni sulla riva a pescare, pensi che saranno a lavorare in città, gli uomini, sarà così. Forse ma anche nella “civiltà” tante, tantissime sono le donne in giro insieme ai loro bambini: vendono jugo di cocco, banane e altri frutti meravigliosi agli angoli delle strade, spingono il loro carretto quando lo hanno, altrimenti si caricano sulle spalle i loro prodotti. Dalle Ande alla costa vedi soprattutto donne, giovani con i loro piccoli, vecchie altere sotto il loro feltro rotondo. Sono una folla le donne, paiono proprio loro a mandare avanti i paesi, paesi emergenti li chiamano, laggiù nel Sudamerica caldo, dolce, sonoro, colorato e così disuguale: ville e villette arroccate dietro alti muri, i vigilantes spavaldi e ingrugniti a tenere lontani i curiosi e i poveri, che vivono in moltitudine in case appena accennate , dai buchi bui per finestre, quando va bene un tetto di eternit, altrimenti di paglia, file di panni stesi, intorno terra polverosa e fango, in cui giocano bimbi, cani, galline.

(Bianca Vergati - foto dell'autrice)

venerdì 5 dicembre 2014

OLI 418: CEMENTO - Corri, corri, che frana

Correndo in Corso Italia, qualche dannato runner all’altezza dei Bagni S. Nazaro, a Punta Vagno, lunedì 17 novembre, di sera, solo allerta uno, si ferma interdetto: c’è odore di gas, eppure nessun fuoco, luci, anima viva intorno, tranne qualche appassionato salutista. Sotto, il mare rumoreggia infuriato, se ne dovrebbe annusare il salino, fra la pioggia.
Poco più tardi, sui tg regionali, un altro annuncio: frana in via Trento, interruzione della rete gas, il suo odore era sceso da lassù, da via Trento sino al mare. Fra i danni infiniti alcune immagini eloquenti del Levante cittadino, relative a frane piccole, di poca importanza perché i danni sono poca cosa in confronto a quello che si vede in tv persino sulle reti nazionali, ormai Genova è nota.
Sopra il cantiere di via Majorana in via Primavera, una frana che casualmente non ha provocato danni a tutti coloro che quotidianamente usano la stradina sottostante di via dell’Ulivo per passare da via Romana della Castagna e scendere al mare. Adiacente al rio Castagna in via Romana della Castagna, un'altra frana che risale al mese scorso durante la prima alluvione.
Ad oggi la strada è sempre bloccata ed ancora nessun intervento per consolidare il muro soprastante e liberare il percorso. Vicino al rio Castagna è previsto un edificio, mentre un altro ancora con autorimessa si realizzerà in via Romana della Castagna vicino al sito dell’Uliveto Murato di Quarto.
A monte sotto il cavalcavia di Corso Europa è stata ultimata una palazzina nei pressi dell’area di cantiere del previsto parcheggio in via Cadighiara a Borgoratti, dove si è avuto uno smottamento alcuni giorni fa.
Per verificare la concentrazione di progetti edilizi nel levante si invita a esaminare in rete il sito www.osservatorioverde.it Dopo tanti anni di cemento, adesso escono come funghi i danni sul territorio.


(Ester Quadri, Bianca Vergati, foto di Ester Quadri)

mercoledì 12 novembre 2014

OLI 417: REGIONALI 2015 - L'usato sicuro: il candidato sindacalista

“I sindacati li sento, li guardo, non so sinceramente cosa vogliano fare”, risponde serafico Sergio Cofferati a Lilli Gruber , su Ottoemezzo, il 4 novembre, come se a Roma a sfilare ci fosse stato il suo ologramma. Fa l’occhiolino a sinistra e si mette l’elmetto da pompiere, tante le sollecitazioni commoventi, come le definisce lui, a presentarsi alle primarie Pd, in vista delle elezioni regionali in Liguria.
 Proprio non sa , ma pochi giorni dopo, dal foyer del teatro Carlo Felice lo comunica al mondo, per fare un favore alla comunità, pare sottendere il suo accettare la sfida. Non dice che il Pd genovese non sa più che a santo votarsi, a fronte della novella Lella di Spezia, una renziana della seconda ora come Pinotti e dintorni. E vorrebbe schierare un usato sicuro. Insomma, tutto un nuovo che avanza per la gioia degli affranti cittadini-elettori. Soltanto sei mesi fa, alla vigilia delle elezioni europee l'ineffabile Sergio dichiarava urbi et orbi (Oli 404): “Cinque anni sono molti, ma il mio lavoro dovrebbe ancora proseguire all’insegna della continuità dell’impegno” . Gulp, ma non era venuto a Genova per fare il papà?
Sarebbe stato interessante un suo commento alla Commissione in Comune per l’inserimento dei lavoratori Ilva, svoltasi il giorno prima dell’alluvione: sono 765 e la situazione si trascina dal 2005. “Ma non sono lavoratori che faranno corsi di formazione per essere ricollocati, ritorneranno all’Ilva”, afferma un rappresentante sindacale al grido di “tornate sul web” rivolto ai grillini, che chiedono chiarezza sui ruoli assegnati. Era per dare maggior dignità agli incarichi, spiegano i 5 Stelle e altri, ma i sindacati non l’hanno presa bene a sentire qualcuno che sindaca nelle loro proposte.
 Come recita la delibera, “tra impiegati, operai e persone con conoscenze informatiche”, 163 sono gli assegnati alle manutenzioni, 131 al Verde, 99 ad Amiu “per ripristino ambientale”, 28 ad Aster “per attività specialistiche”, mentre 28 operai saranno nelle scuole “per lavori di pubblica utilità”, che non significa fare il bidello o aggiustare un banco.
 Con il dovuto rispetto dei lavoratori, le collocazioni non appaiono del tutto congrue alle esigenze del Comune e della città, dai 42 uscieri, ai 58 per i cimiteri e altre decine di incarichi fumosi. E’ un accordo-pilota, il primo in Italia, eppure... Storia amara è quella dell’Ilva, ma forse i cinquecento euro oltre la cassa integrazione conforteranno un po’ i lavoratori: tanti ragazzi precari prendono quei soldi lì come stipendio globale, se mai lavorano.
 Si capisce il furore dei dipendenti Ilva, cause note purtroppo, dai proprietari, ad una gestione dissennata, alla crisi del settore.Comunque i sindacati rassicurano, precisano che al Comune non costerà nulla, paga tutto la Società per Cornigliano. Che è una società nata con Statuto a firma del sindaco Pericu, per la bonifica delle aree siderurgiche, al 45% ne è proprietaria Regione Liguria e per l’altra metà Comune e Provincia, in una sorta di matrioske verso altri rami sempre pubblici, con finanziamenti governativi e poteri d’appalto. A retribuzione zero ne è presidente il vicesindaco di Genova, prima presidente di quel Municipio.
Solidarietà per i lavoratori, ma chi parla per loro ha un’aria fumosa, un’aria stizzita, un’aria feroce anche con chi cerca di dare un aiuto.Viene il dubbio se per davvero si sono avute a cuore le vite degli altri, il futuro delle persone, che magari in questi dieci anni di trattative avrebbero potuto ricollocarsi altrove, ancor prima della crisi economica globale, invece di far credere ad un posto di lavoro nell’acciaio, che non ci sarebbe stato più.
Ecco, questi sono i sindacati di cui anche Cofferati è stato per anni la guida, oggi più che mai sulla scena, al ricordo dei tre milioni in piazza di dodici anni fa, quando si approssimavano la globalizzazione moderna, il web e il cellulare - non per parafrasare Renzi, ci mancherebbe - ma perché nel bene e nel male, il tempo ha lasciato segni indelebili.
(Bianca Vergati)

OLI 417: CEMENTO - Rio Bagnara, non c’è acqua che tenga

Passeggiando lungo le rive potevi vedere famigliole di germani che nuotavano tranquilli e poi un silenzio, lassù, se arrivavi sino a dove nasce. Ora c’è un cantiere, un disastro di macerie. L’Autorizzazione Paesaggistica per la costruzione dell’edificio di via Majorana sul rio Bagnara recita: “la collocazione del nuovo edificio residenziale è studiata in modo da garantire scorci panoramici (...) la volumetria (...) con la riduzione delle altezze (...) il nuovo edificio si distingue per qualità architettonica e migliora l’assetto rispetto al contesto circostante (...) le sistemazioni a verde completano la riqualificazione complessiva restituendo un bilancio positivo”.
Scorci panoramici?
Con atto del 21/5 /2012 si esprime di nuovo parere favorevole, come la volta precedente, quando c’erano gli otto piani e meno verde. Infatti dopo i ricorsi al Tar dei residenti e delle associazioni ambientaliste, che annullavano il rilascio di concessione edilizia del 2009, la società costruttrice presenta un altro progetto che riduce i volumi, ridefinisce le aree verdi con un miglioramento delle dotazioni in senso qualitativo e quantitativo e riparte all’attacco per un nuovo permesso. La Provincia di Genova esprime a sua volta ancora parere favorevole perché “l’intervento risulta migliorativo rispetto della situazione idraulica prevedendo la demolizione di due passerelle pedonali gravemente insufficienti alla portata di progetto del Rio Bagnara…”
 Non se n’erano mai accorti?
Continua la Provincia: “si riconosce l’oggettivo impedimento a soddisfare il Rapporto di permeabilità” che infatti secondo il Puc dovrebbe avere un rapporto del 30% rispetto alla superficie che si utilizza, mentre in questo caso la si diminuisce fino al 15%. Quindi  “al fine di migliorare l’efficienza idraulica del sito, nel rispetto della norma di rapporto di permeabilità, il progetto prevede sistemi di ritenzione temporanea attraverso l’utilizzo di vasche di compensazione”.
Qualche problemino dunque c’è.
Però “le opere in progetto non ricadono in zona soggetta a vincolo per scopi idrogeologici". Perciò, pronti, via! Alla nuova costruzione di sei e due piani in due corpi per una superficie di quasi tremila metri quadri e una quarantina di box . Poco importa se è zona faunistica, se vi saranno problemi di viabilità, se il rio sarà sempre più assediato dalle costruzioni. Eppure basta affacciarsi alla finestra di quelle case proprio a ridosso del rivo, che con le piogge lambisce le sponde basse.
Prima c’era un magazzino alto quattro metri: dove sta scritto che è obbligatorio, una volta dismessa un’area industriale, cambiare la destinazione per fare case?
Ieri anche la collinetta sul cantiere e su cui si affacciano altri palazzi, è franata, in modo lieve per fortuna.


(Bianca Vergati - Foto di Ester Quadri)

giovedì 16 ottobre 2014

OLI 415: POLITICA - Alluvione a Genova, eppure c’è chi ci guadagna

Sospironi di sollievo, paccate sulle spalle, sorrisetti a fior di labbra, un dileguarsi rapido in sala rossa al primo Consiglio comunale dopo l’alluvione: era magari passato il flash Ansa che Grillo era stato contestato proprio in città dai volontari del fango. Quasi una vittoria elettorale, rabbrividendo al ricordo della superiorità relativa dei 5stelle nelle ultime politiche in Liguria, mica ci si fida del 40 per cento del Pd alle europee.
All’una e mezzo il portone di palazzo Tursi è semichiuso, dentro un nugolo di agenti della polizia municipale spiegano cortesi che “il pass si può già ritirare, ma il consiglio è rinviato di un’ora”, siamo ormai al numero trenta e meno di cento sono i posti a sedere. Intorno capannelli di persone, intravedi visi noti, in primis esponenti di Municipi non coinvolti dai tragici eventi, che solerti!
Si aprono le porte del loggione della sala rossa, il pubblico si distribuisce; da sinistra partono urla, fischi: sono i contestatori che rumoreggiano, alzano un cartello trafugato con il tacito consenso della bionda vigilessa. Inizia il consiglio, qualche graffio, in verità un susseguirsi di carezze contropelo, le persone si guardano interdette, qualcuno cerca d’interrompere ma è subito zittito fragorosamente. Appare chiaro, anzi chiarissimo che la destra del loggione è presidiata dalla “gente Pd”, che si è mescolata anche tra i “facinorosi” e tra gli ignari. Si svela la strategia: occupare più posti a sedere per non far partecipare grillini, leghisti, chissà quali persone qualsiasi venute a protestare o più semplicemente ad assistere al Consiglio comunale. Che prosegue tranquillo, soltanto una voce  fuori dal coro, un solo consigliere 5stelle, che chiede le dimissioni del primo cittadino, mentre i suoi colleghi, pur intervenendo con critiche durissime non fanno altrettanto.
Il resto è tutto uno stringersi stretti al sindaco Doria per “solidarietà a chi fa lo stesso mestiere”, come sottolinea il capogruppo nell’unico intervento a firma Pd in un Consiglio che poteva buttar male, preoccupato il Pd non tanto di far fare brutta figura al sindaco, ma delle sue possibili dimissioni, che manderebbero tutti a casa, in primis questo Pd. Una stretta mortifera.
Non si  chiede però che cosa si farà per la sicurezza dei genovesi da qui alla fine delle grandi opere, ancorché necessarie, non si chiede conto dell'operato dei dirigenti comunali, brillanti assenti.
L’attacco invece è a testa bassa, furente contro la Regione, con cui non c’è più sintonia, si enuncia senza troppo rammarico.Vengono in mente le stringenti prescrizioni regionali fatte al Puc, che esortavano, fra l’altro, ad una maggiore puntualità delle norme riguardo al dissesto idrogeologico: osservazioni impositive così fastidiose per il Pd. Tragica nemesi l’allerta mancata, le inefficienze dell'ente, probabilmente si attacca la Regione per l’incombente candidatura della Paita di La Spezia, per fortuna del Pd assessore con delega anche alla protezione civile.
Quanti piccioni con una fava, si potrebbe cinicamente dire in questi giorni. In un sol colpo forse il Pd genovese si libera del governatore in scadenza, degli spezzini, compreso il giovane ministro della giustizia e potrà così sciogliere la riserva sulla candidatura alle elezioni regionali dell’attuale segretario Lunardon, comparso in consiglio comunale anche lui nel pubblico della sala rossa insieme allo staff: tutti adesso hanno il cappello renziano, ma i soliti noti sono sempre lì nel rispetto della continuità e non faranno per ora, bontà loro, cadere questa giunta, di cui detengono la maggioranza e, in ostaggio, Marco Doria, il sindaco espiatorio come l'ha definito il Manifesto, con i suoi limiti.
Mentre in Liguria, a Genova, forse non vedremo più sulla cresta dell'onda le incredibili coppie a sinistra, Raffaella Paita, assessore regionale, e consorte Luigi Merlo, presidente Autorità Portuale, più Sara Armella, presidente Fiera, e consorte Giovanni Lunardon, segretario regionale Pd.
(Bianca Vergati - foto Giovanna Profumo)

martedì 30 settembre 2014

OLI 413: COMUNE - A Genova, immobili pubblici in saldo

“E tu dai gli uffici a me e io do casine a te”: più o meno così è sembrato funzionare il patto di permuta tra ufficio Patrimonio del Comune di Genova ed il privato con delibera approvata in consiglio comunale fresca fresca. Trattasi, si sostiene, di uno “scambio di pari valore” tra l’imprenditore edile Viziano e l’amministrazione, bisognosa di uffici cablati ed efficienti. “Non si potrebbe fare una gara per vendere gli immobili oggetto di cessione?”, si era chiesto al massimo dirigente dell’ufficio di cui sopra e così rispondeva l’interessato: “ Il fatto è che abbiamo chiesto la ristrutturazione al proprietario, il quale un paio d’anni fa ha rimesso in ordine i due piani occupati dagli uffici comunali”. Con tutti gli uffici belli nuovi che ci sono in giro... Scelte che l’amministrazione, immutata nei nomi con il cambiar delle giunte, fece con sorprendente lungimiranza, a crisi immobiliare già conclamata.
Dalla ventata di speranza nella nuova amministrazione ci si aspettava, perché no, una sorta di spoil system, un'innovazione della struttura, valorizzando competenze interne che non emergono. Altrove, forse non in Italia, ci sono un matematico o un ingegnere magari alle risorse umane: un dirigente non deve essere per forza un esperto della materia, bastano magari capacità gestionale.
La crisi immobiliare dunque già c’era, i prezzi di vendita ed affitto in caduta libera, ma tant’è si pensò ad un buon affare: 140mila euro di affitto per dei locali ammodernati, un affitto che oggi grava sulla casse comunali - che solo grazie alla spending review il Comune è obbligato a contenere -  quindi ecco il via alle permute. Una decina e più di immobili stimati due milioni e mezzo di euro, tra palazzine, appartamenti, spazi in sottosuolo, come quelli in Piccapietra, il locale interrato che la Rinascente non utilizza più e che l’intrigante progetto di Viziano con ascensore in cristallo tipo metrò di Barcellona, vorrebbe trasformare in box pertinenziali, nuove agevolazioni comprese, grazie alla recente delibera comunale con ampliamento fino ad un chilometro della pertinenzialità.
E via ai box con buona pace dei criteri di smart city, che vorrebbe Genova percorsa da sempre meno auto in centro città.
 Tra gli immobili ceduti anche una palazzina a Nervi, tre piani più abbaino e grande terrazzo, posizionata nella stretta via di Capolungo, che si affaccia interamente sui Parchi, una vista di quiete e di verde, il mare in lontananza, sotto le finestre la grande aiuola con la fontana desolatamente senz’acqua, a fianco della Galleria d’Arte Moderna: il piano rialzato ha un bel giardinetto nel Parco, mura antiche, si dice secentesche. Gli esterni sono cadenti, ma il valore del complesso non parrebbe proprio un bruscolino. Stima di valutazione secondo l'osservatorio immobiliare ufficiale, si sostiene, per quei luoghi una stima pari alla periferia più sfortunata. Così il primo piano delle Vespertine, posto in un altro palazzo della stessa via, con ampia veranda sul parco.
E allora qual è il problema? Il problema è che la sorte del patrimonio pubblico pare sia l'essere spesso sottostimato o ceduto in perdita, ringraziando chi se lo prende: lasciamolo però decidere al mercato con una bella gara. Il mercato immobiliare è in crisi, quegli immobili stanno lì da tempo e forse si sarebbero dovuti cedere prima, lo si sarebbe potuto fare ora, magari sotto forma frazionata. Il bel mistero infine è che a Genova non mancano certo gli uffici, le due megatorri Faro, che ormai hanno oscurato per sempre la vista della città, compresa la Lanterna, sono a poche centinaia di metri da via Cantore, dove ci sono gli imperdibili uffici che ha ceduto belli lustri, sorrisetto sotto invisibili baffi, l’imprenditore Viziano.
(Bianca Vergati - foto di Betti Taglioretti)

venerdì 11 luglio 2014

OLI 410 - CITTA' - Come rilassa il Verde

E’ tempo di bilanci, anzi di Bilancio e il Comune di Genova annuncia che nonostante i tagli, si è mantenuto lo standard dei servizi nel sociale, si è scelta una certa aliquota sugli immobili per garantire asili, anziani, disagiati. In controtendenza rispetto ad altre amministrazioni, ha onorato puntualmente i pagamenti con le imprese, ha diminuito i debiti , pagando così interessi più bassi, risparmiando sul personale, la dirigenza, sono andate in pensione quattrocento persone, per un totale di trenta milioni di stipendi in meno.
Gocce nel mare e con tante incognite, vedi Amt e Fiera e alla fine dell’anno chissà. Per i lavori pubblici, dalla manutenzione scuole alle frane, stanziati 137 milioni di euro e quasi due milioni ai nove municipi oltre ai due già previsti: si dovrà scegliere e impiegare oculatamente.
Ci sono però dei “ fuori sacco”, dei non detti. Tra questi spicca nel municipio del Medio Levante, quartieri di Foce, Albaro S. Martino, il completamento della riqualificazione di piazza Paolo da Novi, una piazza ottocentesca, alberata, in centro città, dove, tolta l’area centrale, il resto è una cayenna: un’invasione di auto e motorini nelle aiuole, fino alle radici degli alberi. Sono previsti quattrocentomila euro di spesa, un totale di un milione e mezzo di euro almeno fra il primo intervento e quello futuro, quante buche e aiuole si potrebbero fare, ma ne varrebbe la pena se la si volesse davvero trasformare. La piazza è un’importante area di scambio da levante però e quindi fonte di guadagno dai parcheggi, così, se in una prima stesura il progetto prevedeva una parte di pedonalizzazione, come si vede in azzurro nel piano, ora è sparita. Come sostiene Aster è vincolante “la proposta della Direzione Mobilità volta a contenere la perdita di posti auto... La
pedonalizzazione di una sola e limitata porzione della piazza della prima versione sarà compensata con una riqualificazione più organica delle aiuole di cui non si intende assolutamente diminuire le dimensioni: sgombre dalle moto, liberate
dall'asfalto, sostituito con pavimentazione drenante, come suggerito,dotate di panchine e di alberi sani, collegate da attraversamenti pedonali ben segnalati, le aiuole di piazza Paolo Da Novi devono diventare il percorso pedonale privilegiato, protetto e molto gradevole ad anello intorno alla piazza”: peccato che qui non si rispettino neppure le aiuole, figurarsi il percorso ad anello inframmezzato da strisce pedonali!
E poi un po’ di colpa del “ ripiego” nel progetto è conseguenza della “proposta della Soprintendenza, volta a
mantenere l'attuale sesto di Impianto...” Cioè a voler mantenere lo stesso numero di piante, lasciando quelle che ci sono, lo spazio viene meno: seccante questa disposizione di alberature storica. Troppo costoso sostituire le piante malate, si sono sbagliate a suo tempo le potature (ma chi le ha fatte?), meglio tutte nuove, un’altra specie più forte, che comunque fra una decina d’anni faranno di nuovo ombra perché per sicurezza che attecchiscano meglio piantarle “giovani giovani”. Un’inezia il costo delle piante, una fortuna buttar giù tutto.
Quindi ai posteri l’ardua sentenza, nel frattempo non ci starebbe male la revoca dell’ordinanza “sperimentale” valida un anno e vecchia di tredici anni per consentire il parcheggio dei motorini sulle aiuole. Ma qual è l’idea di verde e di spazio pubblico pienamente godibile dai cittadini a Genova?
In Europa parchi, in ogni angolo una piazza, una piazzetta , rigorosamente pedonale appena possibile e alberi, piante, fontane, pavillon, come nella foto a Madrid e a Lisbona, ma anche per ogni piccolo spazio nei vicoli tortuosi c’è un’aiuola, un albero e panchine. E poi lungofiumi alberati, strade solo ciclabili.
Qui dice Aster che dobbiamo abituarci a vedere un verde “naturale” nel rispetto della biodiversità con insetti e topolini, come asserito nel Convegno sul Verde di lunedì 30 giugno a Tursi.
(Bianca Vergati - foto dell'autrice)

mercoledì 2 luglio 2014

OLI 409: UNIVERSITA' - Da Venezia un'idea per l'ex ospedale di Quarto

Trova casa in laguna la generazione Erasmus, una casa in attesa di certezze nel futuro, per non essere soltanto un brand nei discorsi politici che vanno di moda in questi giorni. E mentre, doverosamente, si parla di speranza, qualcuno ci crede davvero in questa generazione, scommette su questi giovani, pensa al loro abitare mentre studiano, scaccia l’immagine di scalcinate camerette da studenti in puro nero evasione e per sei tutto compreso.
A Venezia, come già a Torino e fra poco a Bologna, si sono aperti i cancelli di un ex convento, ex caserma, ex nulla, ai Crociferi che, con una sorta di speciale social housing, affitta, in primis a studenti meritevoli, una stanza per un po’ più di cento euro al mese, mentre la retta è il doppio per gli altri.
Ca’ Foscari e dintorni segnala tipinifini di cervello e pochi quattrini da sistemare in piccoli loft dai soffitti di mattoni, bonificati s’intende, con cucina, frigo, letti, armadi e scrivanie per due, mobili moderni bianchi o neri nelle stanze, in sala studio e in biblioteca. Camere con vista sui tetti dai coppi rossi e cortili silenti, dove risuonano le rondini, le risate e il parlottare dei ragazzi seduti in relax sotto i porticati solenni, davanti ad una birra del bar interno, prezzo rigorosamente politico, tanto che pure gli abitanti vicini s’intrufolano a bere il caffè scontato.
A pochi minuti di battello in una zona che può sembrare periferica, abitata dai veneziani, i Crociferi si affacciano su una piazza che è forse l’unica dove si gioca a pallone fino a tardi. Intorno un dedalo di vicoli, di sera si animano di turisti, abitanti e tanti giovani in una babele di lingue, dal veneziano all’inglese.
Una delizia il posto e l’atmosfera. Un’idea fantastica recuperare spazi altrimenti persi per sempre, facendone uno studentato, che, chiusa l’università, si trasforma in hotel, fra poco s’inaugura l’altra ala per eventi e ristorante con dehor in piazzetta.
Dopo il desolante Erzelli e la futuribile proposta di Università in Fiera, pur se ormai Ingegneria Nautica ha quasi traslocato tutta a Spezia, perché non un progetto così a Genova, magari nell’ex ospedale di Quarto a due passi dal mare e raggiungibile da tutte le Facoltà?
Per info www.we-crociferi.it


 (Bianca Vergati - Foto dell'autrice)