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martedì 6 novembre 2012

OLI 355: SOMMARIO

OLI 355: PAROLE DEGLI OCCHI - Festival della Scienza: domande



Foto di Paola Pierantoni

OLI 355: ILVA - Genova chiama Taranto - Taranto risponde

"L’acciaio serve ancora alla nostra manifattura, alla stessa green economy e quindi, da qualche parte, si deve pur produrre, quindi abbiamo bisogno in Italia dell’acciaio primario e accettiamo che venga prodotto a Taranto ma non è più possibile continuare a produrlo alle condizioni in cui è stato prodotto fino ad adesso. L’azione della magistratura e soprattutto la straordinaria mobilitazione popolare oltre che una feconda anche se conflittuale riflessione all’interno del mondo del lavoro ci fanno sperare che finalmente queste condizioni cambino in meglio. Come Legambiente abbiamo deciso di accettare questa scommessa non facile da sostenere quando la gente non ne può più, la pazienza è ridotta a zero e i cui risultati non sono affatto scontati. Per farcela servono rigore, serietà e impegno da parte di tutti. Serve un atteggiamento dell’impresa Ilva meno furbo e arrogante e più orientato alla trasparenza e all’onestà intellettuale. Servono importanti investimenti per risanare e innovare gli impianti e per la bonifica di ciò che è stato compromesso. Il come si supererà a Taranto questa crisi ci dirà molto sulla politica industriale dei prossimi anni nel nostro paese".
Sono alcuni stralci della lettera inviata da Maria Maranò di Legambiente Taranto all’incontro “Genova chiama Taranto. Il caso acciaio. Ambiente e lavoro sono la stessa cosa” promosso da Legambiente il 26 ottobre. Maranò su Genova ha scritto: "I segnali che ci sono arrivati, tramite i mass media non sono stati confortanti, anzi li abbiamo valutati poco rispettosi della complessità della crisi che la popolazione tarantina sta vivendo e per certi versi anche un po’ miopi - mi riferisco alla dichiarazione fatta dal sindaco a seguito del provvedimento della magistratura di avvio della fermata di alcuni impianti, ricordo che sono ancora tutti in funzione - e alla scelta dei lavoratori di scioperare contro il provvedimento (la Fiom a Genova non ha aderito allo sciopero del 10 ottobre ndr). Far coincidere gli interessi dell’azienda Ilva con il diritto al lavoro è a nostro parere sbagliato, alimentare nei fatti la contrapposizione tra chi chiede il diritto al lavoro e chi chiede il diritto a non ammalarsi per eccesso di inquinamento ambientale non farà fare passi avanti a nessuno.
Su OLI avevamo scritto cosa i politici genovesi presenti in sala – Biasotti e Bernini – dicevano del rapporto con Riva a Genova, dell’accordo di programma, e dell’occupazione sulle aree di Cornigliano. Grazie ai dati forniti da Federico Valerio, chimico ambientale, chi era presente in sala ha potuto cogliere le differenze a livello sanitario tra il prima (area a caldo e cokeria) e il dopo (siderurgia a freddo). Dalla scorsa settimana la cronaca ha registrato la morte di Claudio Marsella, avvenuta al movimento ferroviario dello stabilimento di Taranto martedì scorso. Si tratta della quarantatreesima vittima del siderurgico dal 1992 ad oggi. Una disgrazia che ha acuito lo scontro tra Usb e Comitato dei Liberi e Pensanti da un lato e Fim, Fiom, Uilm dall’altro. La Repubblica ed. Bari scrive che sotto accusa è un  accordo  firmato “nel 2010 che prevedeva un solo addetto a guidare le macchine di reparto. Lo scontro, martedì sera, per poco, non è diventato fisico.
La morte di Claudio impone una riflessione totale, molto seria su tutti gli stabilimenti, sulle relazioni umane, sindacali e sulla sicurezza tra tutti i lavoratori. Anche per questa ragione, l’intervento di Federico Pezzoli – RSU Fiom Ilva Cornigliano – all’incontro del 26 ottobre merita una riflessione a parte. (continua)
(Giovanna Profumo - disegno di Guido Rosato)

Oli 355: ETICA - Dalle mine antiuomo al Latte Oro

Negli anni ’70, ricordo, si ragionava sull’efferatezza degli imprenditori della Val Trompia che producevano mine antiuomo, commissionate da regimi forse totalitari, dittatori, che le spargevano laddove inermi famigliole, bambini che giocavano sui prati, donne che lavavano i panni in riva a torrenti ne erano poi vittime. E quindi gambe maciullate, braccia mozze, lunghe fila di croci o di qualsiasi indicatore di cadaveri seppelliti. Danni collaterali o forse no. Ci dissero le parti, tutte le parti, che in giro, da qualche parte del mondo le mine le avrebbero comunque costruite, che ci saremmo trovati in una strana posizione, che con la nostra posizione esclusivamente etica avremmo portato alla crisi lavoratori di un settore in difficoltà, così come quei loro colleghi che producevano pistole per le forze armate americane: guai a fermarli. O i produttori di fucili che grazie alla notevole dimensione di un hobby nazionale, per altro fortemente incentivato a tutti i livelli dalle lobby di riferimento, produceva un benessere trasversale, oggetto di evidente voto di scambio di diverso colore.

A certi livelli però una scelta era possibile. Ricordo infatti che qualche campionato mondiale di calcio fa, si diffuse una parola d’ordine in tutto il mondo civilmente etico: non si sarebbero dovuti comperare od utilizzare i palloni da calcio rappresentativi della manifestazione, in quanto cuciti, firmati e prodotti da lavoratori bambini del Bangladesh. Il movimento di opinione che ne adottò lo slogan, senza incertezze attraversò in un lampo il mondo: nessuno avrebbe mai comperato palloni eticamente così mal prodotti. Accidenti, saremmo scesi in piazza per garantire a quegli sconosciuti bambini del delta del Gange, oltretutto probabili futuri oggetti sessuali di pallidi e pingui pedofili europei, che non avremmo comperato i loro palloni, strumento di sfruttamento e di prevaricazione. Un bambino a quella età non deve che vivere felice, giocare con i suoi consimili, restare la sera in famiglia, andare a scuola, vedere BarbaPapà la sera alla televisione e, dopo Carosello, andare a nanna.
Ma l’etica è un pasticcio soggettivo, con principi che di volta in volta sono frutto di mediazione fra le parti: dipendono da rapporti di forza, da potere contrattuale esercitato od impedito.
Oggi un vescovo della chiesa americana non potrebbe più battezzare in modo beneaugurale le bombe piene di Agent Orange da scaricare in Vietnam, ed oltretutto come diossina noi siamo già a posto con quanto diffuso generosamente dalla industria italiana, il caso Taranto insegna. Certo, è difficile applicare principi di etica commerciale al prodotto acciaio: come esercitare la scelta di non comperare un prodotto costruito con acciaio non eticamente prodotto? La filiera di riferimento è certamente inquinata dai prodotti extranazionali, extraeuropei.
Certo forse è più eticamente problematico prendere posizione su eventi internazionali che ci vedono coinvolti come Stato: i due militari che sparano ed uccidono pescatori nell’Oceano Indiano, credendoli pirati, avevano licenza di uccidere o meno? Ricordo empo addietro Messina Jr. che in un convegno rivendicava, per conto di Confitarma, il diritto ad essere protetto, durante il percorso più economico possibile delle merci da lui trasportate; anzi lui parlava di militarizzare i suoi equipaggi, dotandoli, forse, in qualche misura, di armi e sistemi di deterrenza. E giù quasi tutti ad applaudire, meno solo noi di Cgil, forse profeti di sventura, persi ad immaginare il bambino pakistano o il pescatore indiano travolti come danni collaterali, scenari improbabili ma possibili, tragicamente manifestatisi.

A questo punto ci potremmo chiedere perché dovremmo continuare a comperare eticamente un pack di Latte Oro; ci hanno preso in giro, noi consumatori e certamente i lavoratori, Anzi, ex-lavoratori. Dopo la grande truffa ci hanno convinti a progettare percorsi di sviluppo, ad immaginare crescita od almeno mantenimento di occupazione, quando l’obiettivo era semplicemente di chiudere per meglio creare mercato. Ma perbacco, avevano promesso mercato, marchio, mantenimento e supporto della filiera e dell’occupazione, ed invece tutto si è risolto nella chiusura dell’azienda, con l’impedimento ad essere sostituiti da concorrenti, e con l’unico certo risultato di una drastica, immediata e fisica estrusione dal posto di lavoro.
Anzi la campagna promozionale del marchio, da quel momento è rappresentata da un brutto slogan, su grandi manifesti in giro per Genova sui quali si legge che “Oggi il Latte Oro costa meno.”
Ecco, a differenza delle mine antiuomo, posso non comperare il Latte Oro, posso esercitare una scelta etica. Quell’azienda, nata sulle ceneri di una grandissima truffa di stato, non merita il mio euro o poco più, perché non ha rispettato le promesse, ha garantito un processo con una serie di esche truffaldine, non dissimili da un verme finto che metti sull’amo, preda di un pesce affamato e necessariamente portato a credere a quanto spera di vedere. Ma noi abbiamo ancora, nonostante questi momenti bui quasi eticamente medioevali, leggi, norme, alcune belle e moderne. Pensiamo alla Legge 300 del 1970, quella che molti chiamano “Statuto dei Lavoratori”. Quello è stato ed è un grande e bilanciato accordo fra le parti, “l’accordo sull’organizzazione del lavoro, la condivisione dei ruoli e delle parti”, da cui tutto nasce e viene rivendicato. Da cui si sviluppano le leggi moderne, i Contratti nazionali, le contrattazioni locali. E’ grazie allo sviluppo di questa pletora di articoli e commi che localmente si garantisce il fluidificare di accordi locali, di categoria, di azienda. A fronte di profitto e, spesso, di sudore e sangue. Non è una drammatizzazione, mille morti più o meno ogni anno, cosi come avviene, dati alla mano, nella sommatoria del farsi male nelle aziende italiane, naturalmente oltre gli ammalati, gli intossicati, i cancerosi, i morti in nero, quelli sconosciuti ai più ed alle statistiche ufficiali e politicamente corrette. Bene, una grande azienda italiana che produce auto, non splendide auto ma questa è altra storia, che non rispetta gli accordi fra le parti, che vanifica la Legge 300, che disconosce le organizzazioni sindacali a lei non suddite, è diversa da quella che fa costruire palloni da calcio in Bangladesh dai bambini? Perché, crisi permettendo, devo comperare una auto con quel marchio? In qual misura posso rivendicare il mio diritto al manifestare il mio, soggettivo ed unico, punto di vista etico e smettere di comperare il latte da chi mi ha preso in giro? Eticamente il “diritto” ha un valore alfanumerico? Posso determinare quale livello di prevaricazione sono in grado di accettare come consumatore prima di interrompere una sequenza di azioni, una scelta di acquisto indirizzata verso un marchio invece che un altro? Non compero mine antiuomo, palloni prodotti da bambini, non cambio auto perché spero che la mia vada avanti ancora trent’anni, ma almeno il latte, dai, lo compero da qualche altro, meglio filiera corta, ma certamente non quello di una azienda che mi ha preso in giro, raccontandomi tante balle ed ottenendo finanziamenti pubblici, sconti di pena, concordati fiscali alla faccia mia, su questo tema sono finalmente in grado quindi di manifestare appieno il vero valore del mio concetto di etica, perché ormai i lavoratori sono stati licenziati, nessuno ci perde niente, meglio o peggio di così?  
(Aris Capra - immagini da internet)

OLI 355: SPRECHI - Vizi privati e pubbliche virtù della città "smart"

Che cosa ci si potrebbe aspettare da una città smart? Secondo il programma del Comune, interventi da milioni di euro per effettuare investimenti utili al risparmio energetico, alla produzione di energie rinnovabili, alla digitalizzazione e alla connettività diffusa.
Dopo i sogni da milioni di euro che riempiono bocche e carte patinate, veniamo alla cruda realtà, solo un piccolo esempio, invero. In via Garibaldi 14, il cosiddetto Palazzo delle torrette ospita gli uffici dei gruppi consiliari. Quelli del Movimento 5 Stelle, della Lista Musso e una stanza della Lega Nord occupano il primo piano, sette stanze abbastanza grandi, più i servizi, regolarmente riscaldati a dismisura da caloriferi prebellici, con le valvole bloccate.
Il Movimento occupa lo spazio che fino a prima delle ultime elezioni era della Lista Musso, le due segretarie ora spostate in altre stanze adiacenti ci avevano già messo in guardia i primi di settembre dal fatto che saremmo stati d'inverno con le finestre aperte. Le valvole dei termosifoni sono bloccate, appositamente, e quindi la richiesta di installare delle valvole termostatiche ci è sembrata una cosa logica e doverosa. Ma, perché quando si tratta di fare un passo in avanti in Comune il "ma" è di rigore, scopriamo che di fare modifiche all'impianto non se ne parla, perché è in corso "La Gara". La parola "gara" appare come il sancta sanctorum dell'immobilismo, la ragione di tutti i mali, e riesce a compenetrare i peggiori concetti: impossibilità, insieme a scarsa trasparenza, talvolta ai limiti del segreto di stato (vedi la gara per l'affidamento delle riprese televisive del Consiglio comunale, la cui bozza è stato impossibile vedere prima della pubblicazione). La "gara" uccide le buone intenzioni: "eh, c'è la gara ...". Insomma, il Comune da una parte spinge i cittadini al buon comportamento di installare a casa propria le valvole termostatiche, ossia quelle valvole che sentono la temperatura ambiente regolando in modo automatico il flusso di acqua calda, interrompendolo se necessario. Ma in casa propria, nella città smart, si comporta in modo ben poco "clever": resteremo anche questo inverno con le finestre aperte a dicembre. Un simile scempio non può restare invendicato: proveremo con un 54, ovvero un'interrogazione, per vedere cosa risponderanno gli alti gradi dell'amministrazione di fronte alle telecamere che portano la voce del Comune nelle case dei genovesi, ai quali è appena stata aumentata l'Imu per far fronte agli "ingenti non risparmi" dell'Amministrazione.
(Stefano De Pietro)

OLI 355: ESTERI - Elezioni americane, si vota per il meno peggio

I sondaggi dicono che il voto americano è incerto, che sarà una lotta fino all’ultimo voto. Qualche settimana fa, quando Mitt Romney è stato beccato mentre offendeva la parte povera del suo popolo, Barack Obama era in netto vantaggio. Ma il primo dibattito televisivo è stato nettamente vinto da Romney. Successivamente, Obama ha recuperato, ma soltanto per arrivare alla situazione attuale di parità ed incertezza. Il primo dei tre dibattiti televisivi sarà ricordato come la causa determinante di un'eventuale sconfitta di Obama: il presidente sembrava svogliato, come se la sua passione politica fosse finita, che fosse rassegnato al potere dell’apparato politico che impedisce ad ogni occupante della Casa Bianca di compiere cambiamenti significativi alle politiche nazionali o esteri. Essendo un uomo di centro, come Bill Clinton, non ha nemmeno cercato di sfidare l’apparato di potere o di governare da progressista. David Maraniss, nel suo libro sulla vita e la formazione di Obama, racconta che quando era andato al colloquio per il suo primo lavoro come organizzatore di comunità, ha trovato il modo per chiedere al suo intervistatore se si trattava di una di quelle organizzazioni di estrema sinistra con la quale non voleva avere niente a che fare. Inoltre Obama si era presentato al dibattito impreparato, sottovalutando il suo avversario e sopravvalutando le sue capacità di improvvisazione. Obama è un grande oratore e aveva agito brillantemente contro MacCain nel 2008, ma il conservatore di destra Romney, diversamente da McCain, ha una personalità solare e ha alle spalle una brillante formazione universitaria: ha frequentato contemporaneamente la Harvard Law School e la Business School, classificandosi al top in entrambi. Romney è arrivato al dibattito molto preparato, come ha sempre fatto. Nel terzo dibattito sulla politica estera i due candidati erano sostanzialmente d’accordo su tutto, ed è proprio questo il vero problema. Glenn Greenwald sul The Guardian scrive, infatti, che il dibattito “ha mostrato una fondamentale verità sulla campagna delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti: la maggior parte delle questioni politiche più importanti sono completamente taciute".
Ciò è dovuto al fatto che "i due candidati in grande misura sono d'accordo su molte delle questioni politiche più urgenti del paese".
La maggior parte di ciò che conta nella vita politica americana non si trova nei dibattiti elettorali nazionali e le politiche penali ne sono un esempio chiaro. L' America imprigiona i suoi cittadini in una misura di gran lunga superiore a qualsiasi altra nazione sulla terra, compresi i paesi con una popolazione molto più ampia.
Come ha riportato il New York Times nel mese di aprile 2008: "Gli Stati Uniti hanno meno del 5% della popolazione mondiale, ma hanno quasi un quarto della popolazione carceraria del mondo”. I neri americani continuano ad esserne la prima vittima. Come è successo parecchie volte nel nostro paese negli ultimi vent’anni, anche i progressisti americani si trovano di fronte due candidati che meritano entrambi di perdere le elezioni, e siccome il sistema elettorale non lo permette, sono costretti (quelli che ci vanno) a turarsi il naso e votare per il meno peggio.
(Saleh Zaghloul - Foto da internet)

OLI 355: DON FARINELLA - I quaranta anni di un ottimo parroco

Giovedì 1 novembre alla Chiesa di San Torpete è in programma un concerto della “Accademia dei virtuosi”, ensemble della Scuola Musicale Giuseppe Conte e della Cappella Musicale della Chiesa di San Torpete, direttore Luca Franco Ferrari. Musiche di Josquin Des Prez. Ci vado, è la prima volta che entro in questa chiesa, e scopro che non si svolgerà un concerto in senso proprio: le musiche sono previste ad accompagnamento della liturgia. Ma la vera scoperta è che non si tratta di un giorno qualsiasi, perché si festeggiano i quaranta anni di sacerdozio di Don Farinella, famoso prete 'diavolo' per una parte della gerarchia ecclesiastica e della politica genovese.
Anche a chi come me non era mai andato in questo luogo salta agli occhi che quella lì riunita è una comunità molto coesa. Sembra che tutti si conoscano tra loro, e si dividano i compiti necessari. Dopo un numero indeterminato di anni mi trovo ad ascoltare una messa senza esserci portata da un matrimonio o da un funerale.
La musica è bella, e l’insieme musicale di ottimo livello, ma diversamente dalle aspettative con cui sono venuta quello che mi prende di più sono le parole, quelle promunciate e quelle scritte. Ognuno riceve infatti un plico di 12 pagine, con note sulla musica che verrà eseguita, parole e letture della liturgia, ‘spunti di omelia’, suggerimenti per la riflessione personale, esegesi dei testi, avvisi, programmi e appuntamenti futuri, religiosi, musicali, culturali. Dietro ogni incontro in questa chiesa c’è davvero un gran lavoro. Nella sua introduzione all’evento Don Farinella dice “Ringrazio Dio di avermi chiamato ad essere prete con un cuore laico”. Ringrazio anche io, laica e non credente, perché ho potuto ascoltare e leggere parole che mi sono vicine, che posso condividere. Ad esempio la chiara coscienza della parzialità e del limite di qualunque espressione umana, inclusa l’appartenenza ad una determinata religione.
Don Farinella ricorda quanti di più siano e siano state le persone che non hanno alcun legame con la religione cattolica, ma in questa presa d’atto non c’è l’ansia di “farli propri”, ma il riconoscimento della loro appartenenza comunque alla divinità e santità. Nel discorso di Farinella i santi e le sante diventano così persone quotidiane e sconosciute. Dice che bisognerebbe superare il monopolio della promozione a santità esercitato dalla Chiesa secondo un dubbio modello ispirato alla mortificazione e alla sofferenza come condizione essenziale della vita. La cosa più giusta, dice Farinella, sarebbe proprio eliminare dal calendario i nomi di questa piccola manciata di santi e sante, perché il mondo ne è invece pieno, ed “essere santi significa in primo luogo essere se stessi, esserlo sempre, esserlo senza paura … se nel lavoro, nelle scelte di vita, nella vita di famiglia, con gli amici, in viaggio, ovunque, diamo un senso a tutto quello che operiamo e che facciamo, noi estendiamo la santità di Dio attraverso la normalità e la ordinarietà della nostra vita vissuta come un pellegrinaggio verso la tappa conclusiva che è l’inizio di un’era nuova: il Regno escatologico di Dio”.
Da laica non credente non posso che fermarmi alla ‘tappa conclusiva’, ma fino a lì la compagnia di persone come questo ‘ottimo parroco’ mi pare preziosa.
(Paola Pierantoni - foto dell'autrice)